(da un’amica e collega ricevo e molto volentieri pubblico)

Riflessioni a caldo, appena uscita da lezione.

1. relazioni ‘interclassiche’

Italiano a stranieri, classe multilingue, livello A2, topic: lessico degli animali. Composizione della classe: ameno gruppo anglofono di mezza età (come la barzelletta: c’è una scozzese, un’irlandese, una londinese e un’oxfordiana…), una simpatica taiwanese sposata a un italiano che ci si augura parli bene l’inglese o almeno un po’ di mandarino (altrimenti lei potrebbe scoprire di essersi sposata senza averlo prima capito), una giovane coppia di tedeschi futuri erasmus.

Concentriamoci su questi ultimi. Lei giovane rampante futura dottoressa stile Gray’s anatomy, lui giovane nonesattamentebrillante futuro qualcosa. Vamos, encefalogramma piatto totale, non solo relativamente alla nuova lingua ma diciamo alla percezione del mondo in generale. Spezziamo una lancia a suo favore (quella che vorresti spezzargli in testa ogni volta che non capisce) dicendo che il suo livello corretto sarebbe quello inferiore, ma grazie a fantasmagorici giochi di prestigio della direzione didattica lui sta nel secondo (= non c’era posto al livello principianti).

Lui è disperante: tu insegnante le provi tutte per farlo trainare, ma non è che collabori. Più spesso si estranea, ti fissa torvo, cerca risposte alla vita nel suo dizionario. L’involontaria sua collega teutonica e rampante si mette d’impegno e tappa le falle traducendo in tedesco istruzioni e informazioni determinanti. Per i primi due giorni. Poi si scoccia anche lei. E si scoccia molto. Si scoccia molto più di te insegnante. E comincia a dare segni di spazientimento nell’esercizio in gruppo (che lui non ha capito, costringendo tutto il gruppo ad un’inedita e complessa dinamica dello stesso). E alla fine sbotta, con scenata in tedesco il cui succo credo di poter riassumere così: non hai capito un cazzo, no anzi non capisci mai un cazzo.

A te insegnante viene un po’ da ridere. E un po’ no. Pensi: ah, te l’hanno data finalmente una svegliata. Poi raccogli i pezzi dell’aria tagliata col coltello e allontani i belligeranti, mettendo Gray’s Anatomy a sbollire con le arzille vecchiette tipo Erba di Grace. Lui abbozza, con il solito “sguardo da vacca placida” (definizione del collega che divide il corso con me).

Morale della favola: con tante glottocazzate che ci insegnano nei corsi di formazione per insegnanti, un bel corso di gestione della classe “nei momenti critici,” no? Rimane sempre carente la preparazione per la parte emotiva e interrelazionale del lavoro con un gruppo di persone. La lingua è vita, gli alunni portano se stessi e la propria esistenza in classe, e nella nuova lingua traducono la propria esperienza. Chi forma gli insegnanti dovrebbe tenerne maggiormente conto. Ma capita anche di trovare tra questi formatori quelli che ti dicono che se un alunno ride in classe degli errori dei compagni, tu devi ridere dei suoi.

2. relevance, oh cara!

Stavolta in breve. Lezione privata a gentile Lady inglese sessantenne con grande impegno e risultati non proporzionali. Dario Fo sarebbe estasiato di fronte al pastiche linguistico che esce dalla sua bocca…

Comunque. Mi fa capire che ha bisogno di essere “indotta” a parlare, quasi obbligata. E le piace scrivere.

Provo ad obbligarla. Argomento sfizioso tratto da notizia in tempo reale: gli animaletti da compagnia. Non piacevano tanto i “pets” alle vecchie signore inglesi? Non attacca, anche perchè alla domanda: ti piacciono gli animali lei si imbarca in una dissertazione sui diritti degli animali che la sua interlingua non le consente, azzoppando il mio tentativo. Ri-provo ad obbligarla. Parliamo di relazioni tra le generazioni, come sono i giovani d’oggi, cosa vogliono i genitori. La figlia vive in Canada, la vede una volta all’anno. Fine della storia.

Rinuncio a obbligarla. Vediamo il lessico della famiglia, va’. Inatteso, imprevisto, meraviglioso. Alla domanda: hai fratelli? sgorga un fiume appassionato anglo-italiano di parole che descrivono un quadro tragicomico della vita della Lady. Siete curiosi? Una sorella tiranna che ha sempre pensato che lei fosse meno intelligente e l’ha vessata continuamente mentre lei, rimasta vedova si era dedicata anima e corpo all’accudimento della sorella inferma. Parole come sottomessa, gelosia, affettuosa e caratteraccio che sbocciano sul volto concitato di quella che prima era una statua britannica di sale.

Si chiama RILEVANZA signori miei!

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Prima facevo fare delle attività per me fighissime, e magari loro si rompevano le balle, adesso me le rompo io, e magari loro sono contenti

Questa riflessione di un amico e collega, oltre al rigore scientifico con cui è espressa, centra perfettamente il disagio che spesso provo quando mi chiedo: ho fatto bene il mio lavoro?

Per quasi tutte le categorie, rispondere a questa domanda è facile: se sono un addetto alle pulizie, il bagno dovrà essere pulito, se sono un muratore, la parete dovrà essere dritta e solida, se sono un venditore dovrò vendere, e così via. Persino un dottorando in italianistica avrà una comunità di riferimento che approverà o meno il suo lavoro. Nemmeno per l’insegnante la risposta sembra difficile: avrà fatto bene quando gli studenti imparano.

Ma quando imparano? Qui l’oggettività finisce, e anche l’insegnante più esperto e preparato dovrà arrendersi al fatto che lo studente impara quello che può e vuole, nel modo in cui può e vuole. e che i suoi sforzi  non sono nulla senza “autenticazione,” come spiegato in questo saggio (pag.23 – traduzione mia):

sono gli studenti stessi che stabiliranno i propri criteri di autenticità, basati sul loro concetto di rilevanza nei confronti dei loro bisogni emozionali e funzionali, dei loro interessi, eccetera. [...] Per l’autore di libri di testo ciò implica che [...] è possibile stabilire certi criteri e condizioni di autenticità, ma se le attività proposte avranno il sigillo di autenticazione, dipenderà da come verranno ricevute dalla classe

Qui si parla di autenticità dei materiali, ma la regola si può estendere a tutte le azioni dell’insegnante. Peggiorando lo scenario, aggiungerei che l’autenticazione, prima che a livello di classe, passa per il singolo studente. In altre parole, anche le tecniche didattiche più raffinate e i testi più autentici non serviranno a nulla se lo studente non li riconoscerà come utili e rilevanti.

Ricordo un corso di formazione con un’insegnante DILIT, su un’attività didattica tra le mie preferite: il puzzle linguistico. Dopo una simulazione con un testo orale in inglese, in cui noi eravamo gli studenti, qualcuno chiede se alla fine si può dare alla classe il testo completo. La formatrice risponde che è meglio non farlo, per vari motivi: ricostruire l’intero testo non è lo scopo dell’attività; il testo di origine è orale e non scritto; lo studente deve imparare a convivere con il fatto che non si può capire tutto, e ultimo ma non meno importante, se lo studente sa che alla fine avrà il testo completo, è probabile che non si impegnerà al massimo nei puzzle successivi. Riguardo a quest’ultimo aspetto, una collega alza la mano, e candidamente ammette che, se lei fosse una studentessa, proprio il fatto di NON avere il testo completo alla fine,  e di non poter verificare cosa ha capito e cosa no, avrebbe diminuito il suo impegno le volte successive.

Ed ecco anni di ricerca teorica e pratica, annullati dalla soggettività di una studentessa (anche se sotto mentite spoglie), sicuramente simile a quella di molti altri studenti veri. Che fare? Qui, l’obiezione che “non è il risultato che conta, ma il processo”, o qualsiasi altra, non vale semplicemente nulla, così come è meglio resistere alla ridicola tentazione di incolpare lo studente di essere com’è.

Meglio arrendersi all’idea che non possiamo accontentare tutti?

Non si salva da questa situazione nenche il principio, sul quale tutti ci dichiariamo d’accordo, per il quale l’insegnante non deve mettersi al centro dell’attenzione, ma lasciare spazio agli studenti. Là fuori ci sono moltissimi insegnanti istrioni, le cui lezioni sono in realtà dei monologhi al limite della logorrea. E se tra i loro studenti (e colleghi) ci sono quelli che non apprezzano, ci sono anche quelli che escono da lezione convinti di aver imparato tantissimo.

E se anche si illudessero, conterebbe veramente qualcosa?

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