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E’ un libro strano, Linea Diretta. Strano perché ad una sensibilità verso i materiali autentici, scritti e orali, affianca una solida impostazione strutturalista. La colonna portante della lezione è l’ascolto, dal quale vengono prese delle frasi. Per esempio:

A: Senta io vorrei una birra
B: In bottiglia o alla spina?
A: In bottiglia
B: Mi dispiace, non abbiamo più birra in bottiglia
A: Allora mi porti un’aranciata

Poi si danno delle coppie di elementi (per esempio acqua minerale/gassata - the freddo; tramezzino al pomodoro/al tonno - pizzetta), e lo studente dovrà ripetere il dialogo. Questo non avviene solo ai livelli più bassi, dove i dialoghi guidati sono opportuni, ma anche a quelli più alti, dove lo studente avrebbe maggiore autonomia.

Hildegard, è lei…?E’ uscito da poco Linea Diretta Nuovo. I testi scritti, e alcuni degli orali sono nuovi, si è passati all’euro, ed è stata data un’imbiancata alla grafica, ed è rimasto il tono formale (con tanto di Lei maiuscolo) verso lo studente.

L’impostazione però rimane la stessa della prima edizione degli anni ‘90, e questo ispira due domande. Una per gli autori: ma è mai possibile che in 10 anni nulla sia cambiato nel loro modo di insegnare? E una per gli editori: perché non avere un po’ di coraggio in più, invece di riproporre la stessa minestra riscaldata, solo perché ha venduto molto e si spera che venda ancora?

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ci vediamo in via PaleocapaOk, smettiamola di mettere un ventilatore acceso di fronte ai libri di corso e gettarci contro dei rifiuti, almeno per questa volta. Questa recensione sarà positiva.

Udite udite: Contatto 1 della Loescher è secondo me la scelta migliore per i corsi principianti. Il libro è fatto con criterio, la grafica è curata, gli ascolti tutto sommato non sono male, il lessico non viene ignorato, e ci sono parecchi esercizi comunicativi con vuoto di informazione tipo studente A e studente B, seguiti da produzioni orali più libere. Che volete di più? Se poi, come nel mio caso, venite da tre anni di Un giorno in Italia, è come passare dall’isolamento ad una cella 4×4.

Ora però qualche difettuccio, tanto per non perdere le sane abitudini.

 

  • Le consegne per studente A e studente B sono quasi sempre vicine, mentre una delle due dovrebbe andare in appendice, che nel libro c’è, ma inspiegabilmente è poco usata. Sembra un dettaglio da niente, ma con queste attività c’è sempre qualcuno che, perché non ha capito, o perché fa il furbo, manda a quel paese il vuoto di informazione (si apprezzi, please, lo sforzo per evitare il termine inglese information gap) guardando la parte dell’altro. Una separazione fisica limita questo problema.

  • Va bene sfruttare gli articoli per presentare l’Italia attuale, e cosa c’è di più immediato delle statistiche? Lo zelo però è stato tale che sembra di leggere l’annuario dell’ISTAT, con percentuali a go-go sugli italiani e: il risparmio, le vacanze, il made in Italy, la famiglia, il tempo libero, le medicine alternative, il cibo. Qualche lettura da cazzeggio non starebbe male.

  • La prima edizione aveva una carta che assorbiva meglio l’inchiostro e rendeva più facile scriverci sopra. Nella nuova, appena uscita, questa scelta controcorrente è stata abbandonata e si è passati alla solita carta patinata, delizia al tatto, ma croce per chi usa matite con mina dura.

  • Nella prima edizione la copertina è destinata a staccarsi senza rimedio. All’estero questa cosa non piace molto agli studenti, che auspicherebbero materiali più solidi, anche perché il libro decolla dall’Italia a 28€, e atterra a 40-42€, aumentato quasi del 45%.

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ugit.jpgUn giorno in Italia 2 è un seguito obbligato, visto il successo del primo.

Alcuni difettucci sono spariti, tipo lo schema grammaticale e sotto, nella stessa pagina, l’esercizio corrispondente. La grafica, che anche nel primo non era male, è stata migliorata, e ci sono più esercizi.

Per il resto lo schema è sempre quello: testo iniziale, domandine di comprensione, esercizi sul lessico. Per la parte grammaticale, benedetto sempre sia il metodo induttivo che ci libera dai problemi: come nel primo libro, quando si tratta di introdurre un nuovo argomento arriva la formula magica: “rileggi il testo e sottolinea…” Seguono tabella ed esercizi. Insomma, i difetti più evidenti del primo sono stati corretti, con l’effetto di rendere tutto molto più nitido e far emergere la vera essenza del libro: monotonia e ripetitività.

Si nota poi che le autrici sanno scrivere, e ne hanno una voglia matta. Dato che il libro è per livelli intermedio-avanzati, hanno potuto far abbandonare a Piero il lavoro di controllore per quello di giornalista e scrittore. I testi a inizio unità sono così diventati più complessi e lunghi, troppo lunghi per poter essere proposti in classe. Ecco quindi una proposta per gli editori: visto che Piero è più che altro un peso per il libro (e un po’ ha anche rotto le palle), e visto che nel libro ci sono molti testi autentici che permettono di abbandonarlo al suo destino, perché non farne una lettura graduata?

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Capire l’Italia e l’italiano compare nel catalogo 2007 della Guerra, segno che si vende ancora. Eppure è un testo inutilizzabile.

Inutilizzabile come libro di corso perché non è altro che una serie di testi con esercizi strutturali, buoni al massimo per 20 minuti di lezione. Se un’insegnante di italiano a stranieri deve preparare la parte che rimane, non si tratta più di integrazione ma di una lezione intera.

Inutilizzabile come testo di lettura integrativo sull’Italia perché sì, i testi sono autentici e sì, gli argomenti interessanti, ma sono più scaduti di un cartone di latte aperto da un mese: Moretti ha appena fatto uscire Caro diario, Berlusconi è appena sceso in politica, e la Lega è secessionista.

Ogni testo è pieno di parole ed espressioni in grassetto ed in corsivo, che rimandano a due tipi di note: uno a pie’ pagina, l’altro a lato. Non si capisce a quale principio della didattica delle lingue sia ispirata questa scelta, ma i risultati sono due. Primo: fastidio agli occhi durante la lettura; secondo: lo studente non deve fare nemmeno il minimo sforzo per chiedersi cosa significhino le parole.

Buono per il museo della glottodidattica.

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ugit.jpgChe un libro didatticamente così povero come Un giorno in Italia sia molto diffuso è una pessima notizia per l’insegnamento dell’italiano a stranieri. La on-going story di Piero Ferrari dovrebbe (dalla quarta di copertina) “coinvolgere gli studenti in una esperienza (sic) affettiva, sociale e linguistica”. In realtà non ho mai visto nessun collega né studente interessarsi alla storia di Piero, un personaggio fittizio che manca totalmente di rilevanza, caratteristica fondamentale dei materiali didattici.

(a proposito della quarta di copertina, c’è da sperare che nessuno studente la legga mai, perché quel “una esperienza” al posto di “un’esperienza” potrebbe generare qualche serio dubbio sulla coerenza della grammatica italiana)

Il libro si basa su testi scritti e orali del tutto inautentici, che sono al servizio di una visione semplicistica del metodo induttivo. È il momento degli articoli indeterminativi? Niente paura: ecco un testo che li contiene tutti. E quelli determinativi? Accidenti questo è un po’ più difficile, ma lo zampone risolve il problema.

Dopo il testo le domande di comprensione, tanto per far vedere che il contenuto e la globalità sono importanti (non vorremmo far casino negli emisferi cerebrali dei nostri studenti no?), per poi arrivare sparati al momento catartico dell’ “ora sottolinea tutti gli aggettivi (o articoli, o verbi…) che trovi nel testo”.

Alla fine lo studente scoprirà anche qualcosa (qualche regola e tantissima noia suppongo), ma mettere un esercizio o la tabella da completare nella STESSA pagina della spiegazione (pagine 26, 38, 45, 74 e si potrebbe continuare) non va molto nella direzione di “stimolare i processi cognitivi di ricerca degli studenti”.

Inutile poi cercare nel libro qualcosa di fonetica: totalmente assente.

Dal punto di vista del contenuto, Un giorno in Italia è una galleria di stereotipi che offrono la visione di un’Italia paese bello ma inutile. Opinione rispettabile (personalmente sono d’accordo), ma sarebbe più giusto lasciare che lo studente si faccia un’idea da solo.

In ordine sparso citiamo:
- il commento di Piero sui due meridionali (ep. 4): “a Milano, a Milano, lo smog, l’aria inquinata… ma poi quando vengono a lavorare non vanno più via…”;

- il “caffè al vetro” che fanno a Napoli (ep. 6). Anche a Trieste si beve un caffè buonissimo, ma gli studenti non lo sapranno mai;

- le romagnole sono zoccole, mentre le siciliane la danno a fatica (ep. 15);

- i due emigrati siciliani (gli stessi che stanno sui coglioni a quel leghista di Piero) che, in quanto meridionali sono pastadipendenti (“Eh, da noi senza pasta…”), e di come da noi i sapori sono diversi, e di come non vedo l’ora di andare a casa, eccetera (ep. 21). Manca solo la valigia di cartone legata con gli spaghi;

- un dialogo tra Piero e un passeggero (ep.17), che si riassume così:
“C’è un morto sui binari, investito dal treno”
“Quanto tempo dobbiamo restare fermi?”
“Non lo so”
“Ma ce lo rimborsano il biglietto?”
“No, perché non è colpa nostra”
“E perché non ci avete avvertito?”
“L’altoparlante è rotto”
Riassunto del riassunto: gli italiani si lamentano sempre, gli italiani sono senza cuore, in Italia non funziona un cazzo.

Comunque alla fine si scopre che non è morto nessuno, Piero (che tra l’altro nella vita vorrebbe fare il giornalista) aveva dato un annuncio privo di fondamento.

Ci sono poi alcuni momenti imbarazzanti:
- Bologna città delle tre T: torri, tortellini, tette (ep. 8). Ogni tanto provo ad immaginare, rabbrividendo, una classe di donne musulmane: una di questa alza la mano e chiede: “cosa significa tette?”

(ricapitoliamo: le romagnole la danno facilmente, le emiliane hanno le tette grosse)

- scenari di terrore urbano, come il fatto che a Napoli nessuno rispetta le regole del traffico (traccia 40) o i tifosi che sul treno “si prendono i soldi e sfasciano tutto” (traccia 46);

- il regista Romeo Petroni (ep. 20) che, dopo aver conosciuto Annarita, cameriera in una gelateria di Riccione (e dove sennò?), la invita a Roma con la promessa di girare un film. Però non solo lui non è proprio un Fellini, ma è anche un vecchio sporcaccione, e il dialogo (anche questo consigliabile in una classe di studenti musulmani) tra lui e la povera irretita si conclude così:

“Senti, ma quando andiamo a vedere Cinecittà?”
“Non oggi, ormai è tardi, ci andiamo un’altra volta”
“Tu lavori sempre lì durante il giorno?”
“Non sempre, adesso sto lavorando un po’ a casa”
“A casa? E come mai?”
“E perché lì ho tutta l’attrezzatura per fare dei video, anzi…senti, io dovrei passare un attimo a casa mia, ti dispiace?”
“Vuoi farmi vedere il tuo attrezzo?”

L’ultima battuta l’ho aggiunta io, ma avrebbe aumentato il livello di squallore del dialogo solo un po’. Ma niente paura: nonostante Annarita venga dalla regione delle zoccole, rifiuta l’invito del viscidone e finiscono in un ristorante a mangiare bucatini all’amatriciana. Viva l’Italia!

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