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L’altro giorno mentre andavo a lezione mi sono imbattuto in David. Contrariamente a quanto mi sarei aspettato, si è iscritto al secondo corso, e dall’entusiasmo che aveva mentre ne parlava, ho capito che l’italiano gli piace veramente. Se penso all’impressione che mi aveva fatto a lezione, questa definizione di insegnamento si conferma più che mai appropriata.
Mi ha detto anche che con il nuovo insegnante si trova bene, ma che con me si trovava meglio, e che il prossimo semestre cercherà di venire ad un mio corso.
Vedremo David, vedremo…
AGGIORNAMENTO DEL 27 MAGGIO: voto finale di David 41/100 (voto minimo 50)
Glottrotter non era morto, solo assorbito da tante cose da fare e dai propositi da completare, anche se un mese di assenza per un blog è un’eternità.
Comunque rieccoci.
In rispetto al proposito numero 3 per il 2008 (il numero 1 per ora non è andato), qualche giorno fa ho fatto una ricostruzione di conversazione (per chi non sapesse cos’è c’è anche questa tesi del Master Itals) che recita come segue:
Maria: Ciao Sofia
Sofia: Ciao Maria, come stai?
Maria: Non c’è male, grazie. Questo è Marco, un mio amico
Marco: Piacere, Marco
Sofia: Piacere, Sofia
Non molto difficile, come si può vedere. Risultato: non è venuta benissimo, ho saltato dei passaggi, ne ho accelerati altri, ma poteva andare peggio, visto che era più di un anno che non ne facevo una. Avrei potuto riproporla qualche giorno dopo in un’altra classe dello stesso livello, ma ero stanco e ho preferito seguire il libro.
Ok, lo ammetto, è una scusa insulsa. Volete sapere la verità? La verità è che, dal momento del primo atto linguistico (”Ciao Sofia”), in cui il mio viso dovrebbe contorcersi in un sorriso, la mia mano alzarsi per salutare, e la mia postura esprimere sincera amicizia, tutto questo nei confronti di una persona invisibile di nome Sofia, beh, da questo momento il mio filtro affettivo sale. O, come direbbe Krashen, mi sento un pirla, e immagino che se gli studenti non scoppiano a ridermi in faccia, lo devo solo a quel poco di rispetto che è rimasto verso la figura del professore. Da notare che all’inizio, complice un corso di tre giorni con nientepopodimenoche Piero Catizone, avevo molti meno problemi, poi col tempo le inibizioni sono aumentate.
E non posso nemmeno fare spallucce e dire “tanto a me la ricostruzione non mi piace,” dato che invece ci credo, perché è un capovolgimento della struttura classica di un’attività: invece di prendere 10 frasi prefabbricate analizzando un unico aspetto, si prende una sola frase da un contesto reale, e la si analizza sotto TUTTI gli aspetti. Inoltre, far ripetere diverse volte la frase allo studente, la rende l’attività migliore per le formule (tipo quelle di presentazione), che dovrebbero venir fuori automaticamente in uno scambio orale reale.
Il problema è che stiamo qui a parlare del filtro affettivo dell’apprendente, ma di quello dell’insegnante non se ne occupa nessuno.
Che fare? Arrendersi alle inclinazioni o cercare di cambiare?
Per chi avesse fatto le selezioni per un posto da precario per il CLI di Ca’ Foscari, ecco un aggiornamento sulle “problematiche” di qualche mese fa:

Non so se voi siete tra quelli che scrivono direttamente la scaletta della lezione bella e ordinata e archiviata in un quaderno, così che in un livello già avuto prima saprete esattamente cosa avete fatto alla prima, alla seconda, alla decima lezione.
Io no. Il mio quaderno è un cumulo di scalette di lezioni riscritte tre o quattro volte, appunti, idee, preparazioni di ricostruzioni che non farò (vedi proposito n. 3), liste provvisorie della spesa, programmi per la palestra, eccetera. In questo casino, è un problema recuperare attività fatte in passato, o anche semplicemente capire qual è la lista definitiva.
Ma per fortuna, dopo qualche anno di insegnamento a tempo pieno, signori e signori, ho scoperto l’uso dell’agenda, dove scrivere la versione finale della lezione. In questo cerco di essere rigido: in quanto versione definitiva, non sono permesse riscritture o cambi, se non durante la lezione stessa. E’ un po’ come un giornale che viene chiuso per andare in stampa.
Quaderno e agenda sono strumenti complementari e opposti. Il primo è il luogo del disordine e della ridondanza, la seconda dell’ordine e del minimalismo.
Qui sotto rendo pubblico per la prima volta un esempio di tutti e due.
Il proposito di bocciare il più fancazzista dei miei studenti è fallito: pur abbassando l’abbassabile, David ha ottenuto 50,5 su un minimo di 50. Messo così suona un po’ meschino, ma il problema non è esercitare il potere, bensì rompere un incantesimo.
Nel Centro linguistico interfacoltà dove insegno, l’italiano è l’ultimo arrivato in ordine di tempo, ma come numero di studenti è già secondo dopo l’inglese. Finora però nessuno è mai stato bocciato, nemmeno alcuni casi disperati che lo avrebbero meritato.
Le cause sono varie, tanto vale però essere onesti e dire che tra queste c’è un piccolo conflitto di interessi. Gli studenti scelgono i corsi di lingua del Centro come esame libero, e iniziare a bocciare potrebbe limitare le iscrizioni. E dato che siamo pagati a ore, e teniamo famiglia, capirete che la dignità uno deve potersela permettere.
Naturalmente non siamo del tutto privi di principi. Il fatto di non poter bloccare quei due o tre studenti per quadrimestre che, dopo 40 ore di corso non hanno fatto un solo esercizio per casa, credono che “il” sia il pronome soggetto di terza persona plurale, o hanno un’interlingua composta per il 99% da L1 e per l’1% da italiano, beh, inizia a pesare. Segno che abbiamo raggiunto il punto di equilibrio, come mostra il grafico qui sotto:

(per grafici molto più belli guardate questo blog)
Nel caso di David quindi le intenzioni c’erano, la colpa è della prova d’esame. Alla fine credo di aver capito il problema: i test che usiamo sono sul modello di quelli dell’Istituto italiano di cultura dove abbiamo insegnato, dove il punteggio minimo è 60, mentre all’università è 50.
La prossima settimana comunque comincia il secondo quadrimestre: questa volta non mi sfuggirete.
L’uso della tecnologia bla bla si è sempre più affermato nella classe di lingua bla bla. Nonostante una certa diffidenza iniziale bla bla ora molti insegnanti bla bla, da una paura estrema ad una fiducia incondizionata.
Ciononostante, le immense opportunità offerte dalle nuove modalità di apprendimento: hotpotatoes, bla bla, risorse vistuali come moodle bla bla, online e-learning bla bla bla, podcasting, webquest, blog didattico e Skype bla bla.
Ecco le principali parole digitate nell’ultimo mese per arrivare a Glottrotter:
- master in didattica dell’italiano: 15
- un giorno in italia: 15
- contatto 2: 12
- riversare cassette su CD: 12.
- Ringrazio inoltre i 6 che hanno cercato glottrotter
- e la persona che ha cercato direttamente glottrotter un giorno in italia.
Segnalo infine, con un’entrata ciascuno:
- come far colpo su una collega (tranquilli, NON c’è nessun post su questo argomento)
- come si dice tette in italiano, e
- libri, le zoccole (l’articolo, ma soprattutto la virgola sono invero un po’ inquietanti)
…sedere nella carrozza di un treno fermo in una stazione, con un altro treno a fianco, e quando uno dei due si muove, non si sa quale sia
(it is like sitting in a stationary railway carriage in a station when another stationary train is alongside, and when one of the trains starts moving, one doesn’t know which it is. Da The TEFL Graveyard)
È una di quelle frasi vaghe eppure molto precise, che si capiscono perfettamente senza sapere perché. È quindi inutile cercare di scassinarla per guardare cosa c’è dietro, rovinerebbe la sensazione.
Dal buco della serratura si vede però una frattura, una barriera, un’illusione ottica tra studenti e insegnante: quello che immaginiamo stia succedendo in classe, nella nostra testa, e in quella degli studenti, in realtà molte volte non sta accadendo affatto.
Non sono il primo a trovarlo in rete, ma segnalo Veleno, fatti e misfatti dal mondo dell’italiano per stranieri. E’ una specie di protoblog risalente al 1999, con articoli illuminanti tipo il glossarietto con:
LIVELLO SOGLIA - livello di conoscenza della lingua proprio di chi riesce a comunicare parlando tutto quanto riuscirebbe a comunicare gesticolando.
Come tutte le cose belle, è finito e non è più tornato, e quello che resta sul web dell’insegnamento dell’italiano a stranieri è una noia deprimente (a proposito: il dibattito sulla lista Italiano_l2 sull’uso di “essa” o “lei” va avanti ormai da 12 giorni: ragazzi, basta, per favore…).
Lancio quindi un appello, una richiesta, una preghiera: Farfagliuso, ti prego, torna, che qui c’è tanto, tanto bisogno.
Volete fare colpo sui colleghi (e colleghe) e avere la fama di quelli che “ci capiscono di queste cose?” Ecco alcuni aggeggi hardware e software (tutti freeware: significa legalmente gratis) molto utili dentro e fuori la classe.
Palmare. Se passate molto tempo sui mezzi pubblici e volete prendere appunti che poi dovrete passare al PC, potete saltare il passaggio del foglio e la penna scrivendo direttamente su un palmare (con la pennina di plastica) e riversare tutto su computer. Il palmare non è necessariamente supercostoso e supertecnologico. Con la funzione base di scrittura e con sufficiente memoria, su E-bay se ne trovano per 50 euro.
Blog. Non serve solo a pubblicare le nostre idee pensando che gli altri ci trovino simpatici e interessanti. Un blog può anche avere un accesso privato protetto da password. Ideale quindi se condividete appunti e progetti a con altri a distanza: ogni appunto diventa un post, organizzabile in categorie e accessibile solo a chi volete voi, e gratis. Per un blog pubblico, oltre a Wp consiglierei Blogspot, ma per questo tipo di utilizzo va bene qualsiasi gestore.
Photophiltre. È un programma molto semplice e leggero per modificare immagini per le attività.
Ricerca nel desktop. Se avete centinaia di file word con attività, e non volete passare ore a cercali nel vostro disco rigido, potete usare la funzione di ricerca di Windows, che però lascia molto a desiderare (se avete un Mac probabilmente funzionerà molto meglio). Per facilitarvi la vita potete usare un programma di ricerca del desktop. Io uso Copernic Desktop Search.
Veniamo ora al favoloso mondo dell’audio editing. Mettiamo che: avete un vecchio ascolto su cassetta di Volare o di Senta scusi che volete portare in classe, ma è troppo lungo e vi interessa solo la parte centrale. Avete il lettore CD in classe , ma non volete sprecare un CD vergine per un solo Mp3 da due minuti, e inoltre non vi ricordate se lo stereo legge o no i CD masterizzati. Ecco alcune cose che potete fare.
Riversare cassette su cd. Gli ascolto vecchi ma sempre validi che sono ancora su cassetta sono esposti all’usura del tempo e alla scomparsa dei mangianastri. Si possono riversare in digitale. La qualità rimarrà quella originale (analogica), ma potrete salvarli su disco rigido e duplicarli all’infinito su CD (ad uso interno, si capisce).
Per farlo avete bisogno di:
- un riproduttore di cassette
- un cavo jack-jack (lo spinotto piccolo delle cuffie da entrambi i lati)
- un computer con l’entrata per il microfono
- un programma di editing audio. Consiglio Audacity
Ecco come fare:
- Avviate Audacity
- Collegate il riproduttore di cassette al computer con il cavo
- Cliccate sul tasto REC di Audacity
- Avviate il riproduttore di cassette
- Aggiustate il volume del riproduttore
- Dato che probabilmente non riuscirete a sentire quello che state registrando, dovrete arrivare registrare tutto senza interruzioni fino alla fine della cassetta
- Editate con Audacity, che da questo punto di vista funziona come Word: selezionate, tagliate e incollate su un nuovo file
- Salvate in formato Mp3. Per farlo è probabile che vi venga chiesto un file chiamato lame, lo troverete facilmente su internet
Cavo per lettore Mp3. Se in classe non usate uno stereo portatile ma uno di quelli fissi, è probabile che dietro ci sia un’entrata per un riproduttore esterno con prese RCA. Con un cavo che ha da un lato una presa jack per cuffie, e dall’altro due RCA maschi, potrete far ascoltare qualsiasi cosa in formato Mp3 senza doverla per forza masterizzare, ma scaricandola sul vostro lettore Mp3.
Fate troppa grammatica, anzi no, ne fate troppo poca. Se lavorate in contesto privato ci potranno essere studenti che, prendendovi in disparte o di fronte agli altri, metteranno in discussione ciò che fate in classe.
Alcuni consigli su cosa fare e non fare.
Calma e gesso. Anche se fatto con toni pacati, che qualcuno metta in discussione il nostro modo di insegnare non è mai bello. Se poi a farlo è uno studente, è probabile che il nostro pensiero istintivo sia “e tu che minchia ne sai di come si insegna eh?!” Fare gli offesi o gli incazzosi non aiuta, quindi mantenete un atteggiamento tranquillo e aperto (ma non troppo, che può suonare ipocrita), anche se il vostro ego ferito grida vendetta.
Porre la questione pubblicamente. Chiedete a chi ha sollevato la questione di ripeterlo di fronte agli altri (se non l’aveva fatto prima), o fatelo voi, chiedendo poi di confermare se avete inteso bene.
Cosa ne pensano gli altri? Le risposte possono essere diverse, diciamo però che quelli che condividono la critica possono essere la maggioranza, una minoranza importante o una minoranza piccola (magari solo quelli che vi hanno criticato). In quest’ultimo caso non esultate di gioia, tipo “visto? Ho vinto io!” Mostratevi comprensivi, promettete che verrete loro incontro e poi, se potete fatelo, sennò continuate come prima. Nel primo e secondo caso invece è chiaro che bisogna fare qualcosa.
Chiedere di essere più specifici. Ne avete il diritto, visto che vi hanno messo in discussione. Dovranno fare uno sforzo per essere propositivi e chiarirsi le idee. Meno grammatica? Cosa vogliono fare invece? Leggere e ascoltare? Che tipo di testi? Parlare? Di che cosa? Giocare? A che cosa? Più grammatica? In cosa in particolare si sentono carenti? Una volta messo tutto in piazza, ci sono due soluzioni possibili.
Soluzione rischiosa: far capire chi comanda. Volete giocare? Va bene, ma prima vi sparo un esercizio di grammatica che vi farà capire quanto ignoranti siete. Vi piace la grammatica? Eccovi servite batterie di esercizi strutturali, fino a quando non implorerete pietà. Questo però potrebbe essere visto come un sopruso (e un po’ lo sarebbe), creando una tensione dalla quale non ci guadagna nessuno.
Soluzione migliore: negoziare. Significa cedere un po’. Ci sono due buoni motivi per farlo. Il primo è che in un contesto privato lo studente paga e ha diritto ad avere ciò che vuole. Il secondo è che voi potete anche essere i migliori insegnanti del mondo, ma se gli studenti non vi seguono non impareranno, proprio come con il peggiore insegnante del mondo.
Questo però non può significare cedere su tutta la linea: giusto o sbagliato, il modo di insegnare di ciascuno di noi è il prodotto di convinzioni didattiche ma anche personali, e non è possibile cambiare a richiesta senza andare contro quello che siamo.
Glottrotter marca le prime 1000 visite. Ecco alcune statistiche:
- post totali: 21
- media giornaliera di visite: 10
- massimo di visite in un giorno solo: 63
- il post più letto di sempre: questo
- il post con la media più alta di visite dalla sua pubblicazione: questo
- click partiti verso i blog linkati qui: 25
- aumento di visite da settembre a ottobre: 210%
- commenti: 0
Alcune tra le parole chiave:
- un giorno in italia (31)
- come:
- fare un testo narrativo (3)
- sottolineare un testo (2)
- scrivere un testo di italino (sic) (1)
- didattica dell’italiano (5)
- “sandra gracci” batte “Maria G. Lo Duca” 4 a 2
- master didattica dell’italiano (26)
- materiale autentico (16)
- tette a riccione (1)
- zoccole:
Quarta e ultima parte: le braghe calate
Prima parte
Seconda parte
Terza parte
E’ una fredda mattina di gennaio. Il direttore entra in banca e si mette in fila.
Qui si esagera, pensa.
Solo una persona davanti a lui.
Passi chiedere un colloquio con l’ambasciatore, tanto quello manda l’addetto culturale…
Arriva il suo turno, porge il passaporto alla cassiera e chiede di fare un prelievo.
…però il volantinaggio no, qui si esagera.
Cinque minuti dopo esce con 40 biglietti da 100 euro in una busta, prelevati dal suo conto personale. 4000 euro che il giorno dopo andranno nelle mani del rappresentante sindacale, che a sua volta dividerà equamente tra i quattro licenziati per rimborsarli del mese di lavoro perso.
Cos’è successo? È successo che la situazione si è fatta gradualmente insostenibile. I licenziati hanno chiesto di parlare con l’ambasciatore, ottenendo però solo un colloquio con un addetto culturale. Poi c’è stata una raccolta di firme di 208 studenti, una lettera di uno di questi pubblicata da un quotidiano cittadino online, dove si dice “il direttore ci ha ingannato e macchia il prestigio dell’Istituto”. Ma la goccia è stata quando questo stesso studente, superagguerrito, ha aspettato il direttore fuori da una cena ufficiale con l’ambasciatore, distribuendo volantini.
È stato allora che la mano del direttore ha cominciato a scendere verso il bottone dei pantaloni, per slacciarli e lasciare che calassero senza resistenza. Ecco la soluzione: un contratto di otto mesi per un progetto didattico online.
Riassumendo: dopo essere stati allontanati ingiustamente da un’esperienza di insegnamento per la quale erano perfettamente preparati, questi quattro insegnanti vengono riassunti per un progetto per il quale non sono sufficientemente preparati, perché avrebbe richiesto almeno un paio d’anni di esperienza di insegnamento.
È la conclusione degna di questo pasticcio all’italiana. Gli insegnanti accettano di buon grado l’incarico, dimenticando le questioni di principio (per carità, nessun giudizio, io al loro posto avrei fatto lo stesso), il direttore, il cui arrivo è ormai preceduto da un tin-tin-tin-tin-tin (è il suono della fibbia della cintura slacciata che sbatte al suolo), è soddisfatto: la calma è ritornata, ed un grande progetto didattico sta per iniziare. Dice che arriveranno fondi dal ministero per finanziarlo, ma a distanza di un anno non è arrivato nulla, e il progetto si avvia verso un binario morto.
The End
Terza parte: da cosa nasce cosa, e tutte insieme precipitano
Il direttore crede che cinque minuti a muso duro possano chiudere la questione, ma sottovaluta la gravità di ciò che sta facendo, o sopravvaluta sé stesso, perché la situazione diventa incontrollabile.
I primi a reagire sono gli studenti di uno dei licenziati, un primo livello con due mesi di corso. Quando arriva l’insegnante di sostituzione e spiega ciò che è successo, protestano e chiedono di parlare col direttore. Questi arriva in classe scocciatissimo e dice “vediamo cosa avete imparato con questo professore”, e inizia a fare loro domande di grammatica. Di fronte a tanta imbecillità l’insegnante di sostituzione non sa se ridere, piangere o fargli una foto. Gli studenti di un altro dei licenziati vengono addirittura ricevuti in ufficio, dove si racconta di questo dialogo surreale:
D: non preoccupatevi, adesso vi daremo un insegnante più bravo
S: ma lui ERA bravo, lo rivogliamo!
D: io non vengo a dirvi come fare il vostro lavoro, voi non ditemi come fare il mio
Anche gli altri insegnanti sono scossi, tutti si mobilitano. Il mattino dopo il fattaccio, inscenano assieme agli studenti una protesta di fronte all’Istituto, ritardando l’entrata in classe. Anche gli insegnanti licenziati sono lì per spiegare quello che è successo, visto che ufficialmente la direzione ha parlato di riforme interne organizzative. Un dipendente dell’amministrazione (voci maligne dicono che se la faccia con il direttore) metterà in guardia gli studenti ribelli dicendo che quegli insegnanti li stanno manipolando.
La protesta fuori dall’Istituto si ripete il giorno seguente, e lì raggiunge l’apice. Dopodiché alcuni colleghi riprenderanno la vita di sempre, ritenendo di aver fatto a sufficienza. Questa situazione fa scoprire lati nascosti delle persone: chi generalmente ha un cuore grande come una casa tira fuori la parte pavida, e chi di solito ha un carattere accomodante e felpato sale sulle barricate.
I licenziati sono riuniti in assemblea permanente nel bar di fronte all’Istituto. Neanche loro però sono uniti: c’è chi è grato ai colleghi per la solidarietà, chi li rimprovera di non fare abbastanza; c’è chi si rassegna, chi minaccia le vie legali. Ma non c’è molto da fare: il rappresentante sindacale si è mosso subito, ma gli avvocati hanno fatto egregiamente il loro lavoro e l’Istituto è in una botte di ferro. Preparano quindi una lettera da mandare a Roma (in maniera più defilata, anche due ex insegnanti dell’Istituto sono pronti a fare lo stesso).
È in questa parte che vediamo uno dei licenziati imbattersi nell’addetto culturale e dirgli: “faccia qualcosa, non vede cosa sta succedendo?” “Mi dispiace, non posso fare nulla” dice lui, “ma su col morale, in fondo è stata un’esperienza”. Secondo altre versioni, le parole esatte sono state “una bella esperienza” o “un’esperienza interessante.”
Seconda parte: da un gran pasticcio a una gran porcata
Il problema viene fuori quando gli insegnanti nuovi sono già arrivati ma non hanno ancora firmato il contratto. La direzione, peraltro fino a quel momento incolpevole, sarebbe ancora in tempo per una ritirata semi-dignitosa: seguendo la graduatoria potrebbe tenere i professori necessari e mandare via quelli in esubero (qualcuno finalmente a suo agio con le tabelline ne ha calcolati quattro), con tante scuse e qualche risarcimento danni.
Però no. Dopo aver temporeggiato qualche giorno, l’Istituto fa firmare il contratto a tutti, avviando allo stesso tempo consultazioni riservate con i propri avvocati per sapere come mandar via gli insegnanti che avanzano senza infrangere la legge. La chiave di tutto diventano i tre mesi di prova, durante i quali il datore di lavoro può licenziare senza giusta causa.
Per decidere chi tra di loro, dopo aver lasciato il lavoro precedente e firmato un contratto d’affitto per un anno, dovrà essere privato del lavoro all’improvviso, vengono mandati alcuni insegnanti in classe per fare osservazione. Anche se ufficialmente ciò rientra nella normale e salutare osservazione tra pari, il vero scopo è un segreto di Pulcinella noto a molti, anche se non a tutti. Logico che nessuno degli osservatori se la senta di esprimere giudizi negativi, anche perché risulta effettivamente che tutti rientrano nella media.
I coordinatori sono costretti a comunicare i risultati dell’osservazione al direttore, ma allo stesso tempo fanno protocollare una lettera in cui specificano che la loro valutazione non contiene giudizi negativi ma solo diversi gradi di positivo. Successivamente, il direttore chiamerà uno dei coordinatori (ma secondo un’altra versione scriverà un pizzino) e gli ‘’suggerirà” ”amichevolmente” di far sparire quella lettera, ”perché, vedi, io posso decidere di farti lavorare qui anche l’anno prossimo.” A quanto risulta quella lettera non è stata ritirata.
Il P-Day (Porcata-Day) è fissato per un pomeriggio di inizio dicembre, pochi giorni prima dello scadere dei tre mesi di prova.
(se questa fosse una rappresentazione teatrale, in questo momento potremmo scorgere l’addetto culturale zitto e buono dietro una tenda. Il casino l’ha combinato lui, ma di assumersene la responsabilità nemmeno parlarne. Che nessuno sappia niente, altrimenti qualcuno a Roma potrebbe sculacciarlo)
Il direttore convoca nel suo ufficio gli insegnanti e consegna la lettera di licenziamento. Dice che non sono adatti allo standard richiesto dall’Istituto, ma mente sapendo di mentire. Gli insegnanti vogliono sapere dove hanno sbagliato. Lui, come probabilmente gli hanno suggerito gli avvocati, replica che non è tenuto a dare nessuna spiegazione. Tra di loro qualcuno piange, altri fanno il muso duro.
Luogo
Uno dei 90 Istituti italiani di cultura del mondo
Personaggi principali
- Direttore/direttrice di IIC, nomina politica, sottoprodotto del sottobosco, benedetto/a in extremis prima che la nave affondasse
- Addetto/a culturale di rara incapacità, fedele al motto di Don Abbondio “uno il coraggio non se lo può dare”
- Alcuni/e insegnanti di italiano colpevoli di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato
Avvertenza
Per comodità, e solo per quella, tutti i personaggi sono d’ora in poi indicati come maschili
Prima parte: premesse per un gran pasticcio
In un Istituto italiano di cultura sono appena stati riformati i libri, i programmi, le prove di livello, la struttura dei corsi.
Al momento di decidere quanta gente assumere, prevedendo lo stesso numero di iscritti dell’anno precedente, è stato fatto in modo di avere lo stesso numero di insegnanti. La previsione è azzeccata, anzi, gli iscritti sono un po’ di più.
Tutto a posto? No, perché una volta fatto l’orario, emerge una situazione preoccupante: ogni insegnante lavora alla settimana circa 6 ore in meno di quanto indicato dal contratto. In altre parole, ci sono alcuni insegnanti in più, stipendi che si potrebbero benissimo non pagare.
Ecco spiegato perché. Per ogni corso il numero di ore di lezione settimanali è passato da 5 a 4 (prima due lezioni da 2 ore e mezza, poi due da 2 ore), mentre le ore totali annuali sono rimaste invariate, cioè 120. Nell’arco dell’anno i corsi quindi durano di più: prima 24 settimane (120 ore totali diviso 5 settimanali) ora 30 (120 diviso 4).
Ora, sul singolo corso, passare da 5 a 4 ore settimanali, fermo restando la durata complessiva dei corsi, significa stesso carico di lavoro totale con un’ora in meno la settimana. Se si moltiplica questo effetto per tutti i corsi dell’Istituto, si ottiene la quantità di lavoro contrattuale (indicata in ore settimanali) di tre o quattro insegnanti.
In altre parole, un’insegnante non può stare in due classi contemporaneamente, e nel sistema precedente, più ore settimanali significavano più personale e più periodi morti durante l’anno (6 settimane in più), in cui gli insegnanti venivano messi a fare nulla.
Adesso, distribuire il carico di lavoro annuale in un arco di tempo maggiore significa meno tempi morti, e meno personale per coprire lo stesso numero di corsi. Chi aveva progettato la riforma non l’aveva previsto, ma di fatto aveva messo l’Istituto italiano di cultura nelle condizioni di risparmiare qualche decina di migliaia di euro l’anno in costi del personale, a parità di entrate per le iscrizioni.
Niente male direi. E’ evidente però che l’addetto culturale che doveva dare una risposta alla domanda “di quanti insegnanti abbiamo bisogno quest’anno?” non era stato capace di fare i conti della serva.
… e lo sputtanamento, che cos’è …
forse è voglia di copiare senza mai farsi capire
(ovvero consigli per plagiare in sicurezza ed essere felici)
Partiamo di nuovo da InIt, rivista per insegnanti di italiano a stranieri. Nella prima pagina dell’ultimo numero (il 19, al momento non ancora sul sito) compare un commento del direttore su un articolo del n. 13 di Sandra Gracci. Questo articolo, dice Balboni, presenta “varie sezioni calcate, talvolta in maniera imprecisa”, su un saggio di Maria G. Lo Duca professoressa dell’Università di Padova, che collabora proprio con Balboni. Il direttore si scusa per l’accaduto, assumendosene la responsabilità e parlando di “scorrettezza scientifica”.
Sembra talmente incredibile che un ladro metta in mostra il bottino in casa del derubato, che verrebbe voglia di procurarsi il saggio in questione per vederlo con i propri occhi.
Non potendolo però fare in tempi brevi, ed essendo improbabile che l’autrice dell’articolo abbia chiesto e/o ottenuto una replica per difendersi, diamo per assodato che sia andata così. Anche perché l’autorità di Balboni pesa.
Fatte queste premesse, possiamo parlare di autosputtanamento accademico megagalattico, avvenuto a inizio carriera e per questo potenzialmente letale. Esprimo quindi la mia sincera solidarietà alla dottoranda sbattuta in prima pagina, pur contento di non essere nei suoi panni.
Intendiamoci: riportare le idee di qualcuno senza riconoscerlo è intellettualmente disonesto, però nel mondo accademico non è certo una rarità. Basta saperlo fare.
Pensando di fare cosa gradita a chi voglia intraprendere una carriera accademica, mi permetto quindi di dare alcuni consigli per plagiare in sicurezza ed essere felici. In un plagio perfetto, tra la fonte originale di “ispirazione” e quella finale “ispirata” ci deve essere la maggior distanza possibile in termini di:
- tempo. L’originale deve essere stato pubblicato molti anni prima;
- pubblico. I pubblici fruitori delle due opere devono essere i più diversi possibile. Un classico esempio è il professore che porta ai convegni (pubblico accademico specialistico) certe conclusioni tratte da tesi di laurea di suoi studenti (nessun pubblico). O il professore che scrive un libro di divulgazione (pubblico generale) riportando contenuti di opere accademiche.
Nell’articolo di InIt mancava la prima e clamorosamente la seconda, senza dubbio la più importante.
C’è poi anche il fattore autorità: il laureato che si vede rubare le idee dal suo relatore difficilmente potrà fare qualcosa per prendersi il merito.
Attenzione però: le idee famose e importanti (che so, le 5 ipotesi di Krashen per dirne una) vanno oltre i pubblici di riferimento, meglio lasciarle in pace e dedicarsi a quelle meno conosciute. È importante quindi volare basso e non essere avidi. Il plagio è anche esercizio di umiltà.
P.S. Non c’è nulla di più deprimente che vedere blog senza nemmeno un commento (come questo), con post che si concludono con inviti del tipo: “forza, aspetto i vostri commenti!”
Ultraconsapevole di questo, farò un’eccezione puntando in alto: se Sandra Gracci avrà la ventura di leggere questo post e vorrà inviare una risposta all’accusa di scorrettezza scientifica, sarò lieto di ospitarla.
GP di F1 di Germania, Alonso e Massa lottano per la prina posizione a pochi giri dalla fine. Il brasiliano è in testa, e nel tentavivo di resistere allo spagnolo, lo tocca e quasi lo manda fuori pista.
Alonso è incazzato nero, e subito dopo la fine della gara i due hanno uno scontro verbale di fronte alle telecamere.
In italiano.
Su Youtube quasi tutti i filmati della scena sono stati tolti per problemi di diritti, ma questo resiste.
Da Massa ci aspettavamo che parlasse la nostra lingua, ma da Alonso no, quindi complimenti. E grazie a tutti e due: sentire un brasiliano e uno spagnolo che per mandarsi a cagare usano l’italiano mi riempie di sincero orgoglio.
In un articolo di InIt di un po’ di tempo fa (autori Paolo Pagliai e Daniele Visentin) sull’insegnamento dell’italiano in Messico, si tirano vagonate di letame su un panorama desolante.
Si parla di insegnanti con un “una formazione specifica di basso profilo”, che provengono “da settori per lo più alieni ad ogni nozione didattico-pedagogica”, e che non insegnano grammatica per non correre “il rischio di dover rispondere a domande di cui non si conosce la risposta.”
Insomma, imbianchini e venditori ambulanti prestati all’insegnamento dell’italiano a stranieri, con un metodo didattico tutto fuorché scientifico, e un italiano discutibile.
Come si è giunti a queste conclusioni? Nell’articolo si fa riferimento ad un’ “indagine” (”dall’indagine emerge…”), ad un questionario (”come emerge dal questionario…”) a “risposte”, ad “attività svolte in classe” oggetto di “un’attenta lettura”, ma non è dato sapere di quale indagine si tratti, chi l’abbia condotta e in che modo.
In questo buio glottodidattico che circonda l’insegnamento dell’italiano in Messico si intravede però uno spiraglio: il manuale Rete!. Anzi, più che spiraglio un fascio di luce avvolgente: la Dante Alighieri, “unico caso di tecnologia educativa portatrice di un processo ‘autentico-autentico’ […] le cui implicazioni scientifiche vengono oggi approfondite nel Centro de Investigaciones Glotodidácticas de la Universidad Latinoamericana.”
Verso la fine dell’articolo si dice anche, ma non ce n’era proprio bisogno, che il Centro di Ricerca e Formazione Docente della Dante Alighieri è convenzionato con il Dipartimento di Scienze del Linguaggio dell’Università di Venezia.
Ok, adesso i buoni hanno un nome, ricapitoliamoli: Rete!; la Dante Alighieri (suppongo di Città del Messico); il Centro de Investigaciones Glotodidácticas de la Universidad Latinoamericana; il Dipartimento di Scienze del Linguaggio dell’Università di Venezia.
E i cattivi, chi sono? Eccoli: gli insegnanti del Dipartimento di Italiano della Escuela Nacional de Estudios Profesionales dell’UNAM (Universidad Nacional Autónoma de México), costretti ad uscire dai loro covi emananti fetido “comunicativismo estremo” con una lettera di risposta pubblicata nel numero successivo.
Per introdurla viene creata una rubrica apposita: “Lettere dei lettori”, che non avrà seguito. I redattori li ringraziano per il “contributo dialettico” e, bontà loro, svelano il mistero (dirlo prima pareva brutto): quell’articolo era tratto da un’indagine degli autori sull’italiano nel mondo su cui, si dice, riferiranno nei numeri successivi. Così però non sarà.
Sintesi della risposta degli insegnanti dell’UNAM: “l’informazione non è completa e per questo, riteniamo, non affidabile.”
Ben detto, colleghi del Messico, ben detto.




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