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Avete animo puro? Verificatelo con questo ascolto.

Se ridete avete perso.

(da Comunicare meglio)

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(da un’amica e collega ricevo e molto volentieri pubblico)

Imparare la favella teutonica mi interessa più o meno quanto diventare esperta di riproduzione della tartaruga nana, ciononostante mi sono iscritta ad un corso A1 di tedesco presso il CLI di un’Università nostrana. Warum? Per drei principali motivi:

- era quasi gratuito;
- speravo di conoscere qualcuno di simpatico che mi distraesse dalla monotonia del mio lavoro isolante (sì l’idea di nerd che vi state facendo corrisponde abbastanza a quella che attualmente ho anche io di me stessa…);
- da fallita e inoccupata insegnante di italiano come LS volevo spiare (dicevo, osservare per imparare) i metodi suppostamente inquadrati di un’esperta Frau Rottermeier, anche se non è politically correcticissimo.

Ecco alcune sintetiche osservazioni dopo funf settimane:

  • eins - Premessa: sono il tipo di alunna croce e delizia dell’insegnante di lingua. Entro sempre in classe sorridente e contenta di penetrare il misterioso mondo di una nuova lingua, saluto lecchinamente in LS, faccio una faccia interessata quando l’insegnante pensa di aver detto una cosa interessante e mi diverto genuinamente con tutte le attività comunicative. Poi però non prendo uno straccio di appunto lessicale (quindi devo ricorrere alla sapientina grafo-ossessiva di fianco), faccio i compiti solo al bar e sbuffo regolarmente in faccia all’insegnante al momento della PLS di fine lezione.
  • zwei - Mi stanno genuinamente sul cazzo i falsi-falsi principianti. Il secondo falso è = si suppone che sia; il primo è = a bugiardo, ipocrita, fariseo. La mia classe è zeppa di bi-falsi principianti che si sono inseriti in questo corso, a mio modesto parere di ritardata della classe, per fare gli sboroni. La povera Brigitta non nuova alla docenza ha scelto la saggia via di mezzo tra il sincero falso principiante e l’aspirante sborone: risultato che io e altre tre povere disgraziate annaspiamo tutto il tempo dietro un ritmo che per gli altri è quasi noioso.
  • drei - La vendetta del filtro-emotivo. Ho sempre avuto spiccata non-propensione alla Comprensione Orale, ma con il tedesco il discorso si fa serio: quando non ti viene in aiuto neanche l’assonanza con qualche altra lingua masticata si prefigura la seguente situazione:
    Brigitta che pone a E. una domanda;
    E: Mh?
    Brigitta ripete la domanda
    E: (…) risatina
    Brigitta ripete la domanda marcando elemento chiave
    E: (spara risposta non corrispondente a domanda)

    Al mio si aggiunge l’imbarazzo dell’insegnante. O forse è solo il mio imbarazzo pensando a quello che sta pensando Brigitta, cioè che io credo che stia pensando (e magari lei non pensa) ovvero a quello che io penserei se fossi al suo posto e che non dovrei certo pensare, ma che penserei: ‘Questa non campana na mazza’. A seguire chiazze rosse sul collo e sudorazione. Poveri i miei ex alunni.
  • fier - Uso della lavagna. Dopo la lettura del post dedicato al tema ho notato che la lavagna di Brigitta (come lo fu la mia) è un vero caos. Qualunque cosa è scritta in qualsiasi angolo, senza il minimo ordine, con l’aggravante che Brigitta aggiunge in fase di elicitazione un casino di parole qua e là dove trova spazio e tu quando risollevi la testa dal foglio non saprai mai dove poco prima il suo pennarello era andato a parare.

PS: Chiunque conosca minimamente il tedesco avrà notato che probabilmente i numeri non sono scritti correttamente. Ciò si deve al fatto che mi rifiuto di imparare la numerazione germanica perchè la sua oltremodo complessa osticità mi crea una insuperabile pigrizia. Come avrete capito la presa di posizione diventa un problema ogniqualvolta Brigitta indica pagina, capitolo ed esercizio.

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Due mesi fa mi sono iscritto ad un corso di lingua straniera di livello avanzato. Stare dall’altra parte è stato utile per capire alcune cose come insegnante. Ecco quali:

1. Se abbiamo finito un’attività e siamo passati ad un’altra, ma uno studente è ancora concentrato su quella precedente, non è perché ha deciso di ignorarci, ma perché sta portando fino in fondo quello che gli abbiamo proposto. Il suo ritmo però può essere più lento di quello che l’insegnante vuole dare alla classe, i cui tempi sono come quelli televisivi, e tre minuti possono essere un’eternità.

2. Quando gli studenti entrano nell’aula, è probabile che cerchino istintivamente una sedia con nessuno accanto, anche se noi li vorremmo tutti vicini già dall’inizio. Per risparmiare elaborate manovre di avvicinamento, dovranno esserci tante sedie quanti sono gli studenti.

3. La posizione degli studenti a semicerchio non è importante, è vitale, e deve essere fatta bene. Se uno studente non è in grado di vedere un compagno, perché magari la sua sedia è spostata 50 cm indietro, questo per lui non esisterà.

4. Se proponiamo un’attività dove devono parlare di sé, facciamolo prima noi, possibilmente senza scadere nel monologo. Questo rilassa gli studenti e li incoraggia a fare lo stesso. È una regola banale per chi la applica in modo naturale, ma gli insegnanti tendenzialmente riservati (come il sottoscritto), fanno spesso finta di dimenticarsela.

5. Per presentare le regole complicate, uno straccio di metodo induttivo è importante.

6. Se lo studente non trova le fotocopie di una lezione precedente, significa che non ha nessun sistema di archiviazione, ma anche che probabilmente non le ha prese in mano tra una lezione e l’altra.

7. Non è bello, ma è possibile che a metà o fine corso uno studente non sappia i nomi di tutti i compagni di classe, anche se ci parla sempre, e anche se durante una lezione l’insegnante chiama per nome tutti almeno tre volte.

8. Confermo quanto scrive Leonardo Gandi in questo interessante articolo dove riporta la sensazione che hanno gli studenti avanzati che parlare in classe sia “poco più che un passatempo, per non dire una magari piacevole perdita di tempo.”

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Da Linea Diretta 1.

Roberto va a trovare la sua amica Giovanna, che si è da poco trasferita in campagna con il marito e il figlio. Alla fine del dialogo lei gli annuncia che aspetta un bambino.

Test di motivazione all’ascolto: se una vostra amica vi annuncia che aspetta un bambino, cosa rispondete?

a) In bocca al lupo!

b) Congratulazioni!

c) Auguri!

Ora ascoltate il dialogo e verificate se siete dei menagramo come Roberto:

Test finale (per le donne): se annunciate ad un vostro amico che aspettate un bambino e lui vi risponde “Auguri!” cosa fate?

a) Gli date un calcio sui coglioni

b) Gli toccate i coglioni

c) Gli date del coglione

Congratulazioni, a Robbe’, si dice CON - GRA - TU - LA - ZIO - NI!

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L’altro giorno mentre andavo a lezione mi sono imbattuto in David. Contrariamente a quanto mi sarei aspettato, si è iscritto al secondo corso, e dall’entusiasmo che aveva mentre ne parlava, ho capito che l’italiano gli piace veramente. Se penso all’impressione che mi aveva fatto a lezione, questa definizione di insegnamento si conferma più che mai appropriata.

Mi ha detto anche che con il nuovo insegnante si trova bene, ma che con me si trovava meglio, e che il prossimo semestre cercherà di venire ad un mio corso.

Vedremo David, vedremo…

AGGIORNAMENTO DEL 27 MAGGIO: voto finale di David 41/100 (voto minimo 50)

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Padoa Schioppa è un lettore affezionato di questo blog e so che non se la prenderà a male.

Notare l’iperbole: “foccile d’un antenato d’un dinozzauro.”


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Glottrotter non era morto, solo assorbito da tante cose da fare e dai propositi da completare, anche se un mese di assenza per un blog è un’eternità.

Comunque rieccoci.

Rispondo alla domanda di Paola sul proposito numero 2: essere più ordinato quando scrivo alla lavagna.

In preda ad un attacco di buona volontà, mi sono procurato un libro sull’argomento. La mia collega di inglese l’ha visto e, sinceramente meravigliata di vedere un insegnante che legge libri di didattica di sua iniziativa, mi ha detto you really feel like a teacher!, che io tradurrei con: ma allora te ne frega veramente qualcosa! Per evitare di rispondere ho spostato l’attenzione sull’altro libro che avevo con me, ma non so con quale effetto.

Comunque, ho iniziato a leggerlo, ma poi mi sono fatto prendere da un’altra urgenza, e cioè quella di far parlare di più gli studenti, e ho preso questo (per avere una parvenza di vita privata all’infuori dell’insegnamento, ho iniziato a leggere anche un romanzo).

Nella gestione della lavagna si vedono dei leggeri miglioramenti: credo di aver reso la mia grafia da dottore un po’ più leggibile, e nei brainstorming cerco di dare un ordine alle parole.

Ho capito però che la questione è più complessa di quanto pensassi. Noi insegnanti medi usiamo la lavagna quasi sempre in maniera istintiva ed estemporanea: se durante un’attività abbiamo bisogno di scrivere qualcosa, scriviamo e basta. Per fare un salto di qualità, l’uso della lavagna dovrebbe essere integrato nelle attività. Questo significa pensare in anticipo a molte cose: quali parole meritano di essere scritte; quali funzioni assegnare alle zone dello spazio bianco; quali parti cencellare per le fasi successive dell’attività; quanto grande o piccolo scrivere in modo che ci stia tutto…

Insomma, un supplemento di riflessione che in questo momento non riesco a fare. Ma finché avrò un comodino, avrò anche un posto dove mettere i libri e i buoni propositi in attesa.

In rispetto al proposito numero 3 per il 2008 (il numero 1 per ora non è andato), qualche giorno fa ho fatto una ricostruzione di conversazione (per chi non sapesse cos’è c’è anche questa tesi del Master Itals) che recita come segue:

Maria: Ciao Sofia
Sofia: Ciao Maria, come stai?
Maria: Non c’è male, grazie. Questo è Marco, un mio amico
Marco: Piacere, Marco
Sofia: Piacere, Sofia

Non molto difficile, come si può vedere. Risultato: non è venuta benissimo, ho saltato dei passaggi, ne ho accelerati altri, ma poteva andare peggio, visto che era più di un anno che non ne facevo una. Avrei potuto riproporla qualche giorno dopo in un’altra classe dello stesso livello, ma ero stanco e ho preferito seguire il libro.

hei, molla il cane!Ok, lo ammetto, è una scusa insulsa. Volete sapere la verità? La verità è che, dal momento del primo atto linguistico (”Ciao Sofia”), in cui il mio viso dovrebbe contorcersi in un sorriso, la mia mano alzarsi per salutare, e la mia postura esprimere sincera amicizia, tutto questo nei confronti di una persona invisibile di nome Sofia, beh, da questo momento il mio filtro affettivo sale. O, come direbbe Krashen, mi sento un pirla, e immagino che se gli studenti non scoppiano a ridermi in faccia, lo devo solo a quel poco di rispetto che è rimasto verso la figura del professore. Da notare che all’inizio, complice un corso di tre giorni con nientepopodimenoche Piero Catizone, avevo molti meno problemi, poi col tempo le inibizioni sono aumentate.

E non posso nemmeno fare spallucce e dire “tanto a me la ricostruzione non mi piace,” dato che invece ci credo, perché è un capovolgimento della struttura classica di un’attività: invece di prendere 10 frasi prefabbricate analizzando un unico aspetto, si prende una sola frase da un contesto reale, e la si analizza sotto TUTTI gli aspetti. Inoltre, far ripetere diverse volte la frase allo studente, la rende l’attività migliore per le formule (tipo quelle di presentazione), che dovrebbero venir fuori automaticamente in uno scambio orale reale.

Il problema è che stiamo qui a parlare del filtro affettivo dell’apprendente, ma di quello dell’insegnante non se ne occupa nessuno.

Che fare? Arrendersi alle inclinazioni o cercare di cambiare?

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Per chi avesse fatto le selezioni per un posto da precario per il CLI di Ca’ Foscari, ecco un aggiornamento sulle “problematiche” di qualche mese fa:

Bando CLI

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Non so se voi siete tra quelli che scrivono direttamente la scaletta della lezione bella e ordinata e archiviata in un quaderno, così che in un livello già avuto prima saprete esattamente cosa avete fatto alla prima, alla seconda, alla decima lezione.

Io no. Il mio quaderno è un cumulo di scalette di lezioni riscritte tre o quattro volte, appunti, idee, preparazioni di ricostruzioni che non farò (vedi proposito n. 3), liste provvisorie della spesa, programmi per la palestra, eccetera. In questo casino, è un problema recuperare attività fatte in passato, o anche semplicemente capire qual è la lista definitiva.

Ma per fortuna, dopo qualche anno di insegnamento a tempo pieno, signori e signori, ho scoperto l’uso dell’agenda, dove scrivere la versione finale della lezione. In questo cerco di essere rigido: in quanto versione definitiva, non sono permesse riscritture o cambi, se non durante la lezione stessa. E’ un po’ come un giornale che viene chiuso per andare in stampa.

Quaderno e agenda sono strumenti complementari e opposti. Il primo è il luogo del disordine e della ridondanza, la seconda dell’ordine e del minimalismo.

Qui sotto rendo pubblico per la prima volta un esempio di tutti e due.

 

QuadernoAgenda

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Top secretVenerdì sono passato per l’ufficio del Centro Linguistico a firmare le ricevute dello stipendio. La segretaria mi ha lasciato una busta chiusa. L’ho aperta, pensando che fossero le copie delle ricevute, invece erano i risutati del questionario di valutazione docenti del primo quadrimestre. L’ho richiusa immediatamente, prima che dei vapori venefici uscissero da quei grafici colorati.

Ho una paura boia dei risultati di questi questionari. Come tutte le fobie, è del tutto irrazionale, visto che sono sicuramente positivi. Se ci fosse stato qualche problema infatti, la direttrice me ne avrebbe parlato, e prima di scappare ho fatto a tempo a vedere un “4,9 su 5″ come riassunto di non so che parametro.

Chissà se sono l’unico a soffrire di questa sindrome. Da un lato non pretendo di essere come un’ex collega dell’IIC che, appena arrivavano i questionari, vi si avventava contro fremendo di impazienza. Dall’altro però, forse dovrei farmi violenza e costringermi a guardare quei risultati. Scoprirei probabilmente che non mi capiterebbe nulla di catastrofico, e che a portare la media a 4,9 non è stato un giudizio su di me, ma su altre cose, tipo il laboratorio linguistico o le aule.

Ma ne siamo proprio sicuri?

Per ora la busta rimane nella borsa, dalla quale uscirà per finire direttamente nella spazzatura, o parcheggiata su uno scaffale. Fino a quando un giorno la riprenderò in mano e dirò: questa cos’è? Ah, le valutazioni… roba vecchia ormai, buttiamola via.

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Il proposito di bocciare il più fancazzista dei miei studenti è fallito: pur abbassando l’abbassabile, David ha ottenuto 50,5 su un minimo di 50. Messo così suona un po’ meschino, ma il problema non è esercitare il potere, bensì rompere un incantesimo.

Nel Centro linguistico interfacoltà dove insegno, l’italiano è l’ultimo arrivato in ordine di tempo, ma come numero di studenti è già secondo dopo l’inglese. Finora però nessuno è mai stato bocciato, nemmeno alcuni casi disperati che lo avrebbero meritato.

Le cause sono varie, tanto vale però essere onesti e dire che tra queste c’è un piccolo conflitto di interessi. Gli studenti scelgono i corsi di lingua del Centro come esame libero, e iniziare a bocciare potrebbe limitare le iscrizioni. E dato che siamo pagati a ore, e teniamo famiglia, capirete che la dignità uno deve potersela permettere.

Naturalmente non siamo del tutto privi di principi. Il fatto di non poter bloccare quei due o tre studenti per quadrimestre che, dopo 40 ore di corso non hanno fatto un solo esercizio per casa, credono che “il” sia il pronome soggetto di terza persona plurale, o hanno un’interlingua composta per il 99% da L1 e per l’1% da italiano, beh, inizia a pesare. Segno che abbiamo raggiunto il punto di equilibrio, come mostra il grafico qui sotto:

 

 

Dignità vs denaro

 

(per grafici molto più belli guardate questo blog)

Nel caso di David quindi le intenzioni c’erano, la colpa è della prova d’esame. Alla fine credo di aver capito il problema: i test che usiamo sono sul modello di quelli dell’Istituto italiano di cultura dove abbiamo insegnato, dove il punteggio minimo è 60, mentre all’università è 50.

La prossima settimana comunque comincia il secondo quadrimestre: questa volta non mi sfuggirete.

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is all I want from youIn un commento Paola ci chiede un parere su un test che ha dovuto preparare per francofoni, basato sui criteri del Framework. Quello della valutazione è un argomento interessante, quindi per fare ordine e spazio creo un altro post. Ho copiato qui sotto l’intervento originale e l’ottimo commento di ladylink.

Una cosa che volevo chiedere a Paola, quando passa di qua, è se il test è stato pensato fini di marketing, cioè per attirare un potenziale studente dandogli un’idea del suo livello, o se vale come prova di livello vera e propria.

Ulteriori commenti sono benvenuti.

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Ne parlava un post de Ildue di un po’ di tempo fa, e vi accenna Porfido in un commento: in futuro il Quadro Comune Europeo di Riferimento potrebbe dotarsi di un sillabo ufficiale e diventare prescrittivo. Anche se questo sviluppo sarebbe un proseguimento naturale di quanto fatto finora, mi lascia un po’ perplesso.

In primo luogo, perché il passaggio sarebbe gestito dal mondo accademico, che si autoproclamerebbe custode e interprete dei sacri testi, con gli insegnanti lasciati a guardare. Forse pecco di idealismo, ma anche se il Quadro Comune Europeo è opera di studiosi (il testo completo è di non facile lettura, infatti di solito pochi vanno oltre i descrittori), dovrebbe essere affidato agli insegnanti e agli studenti, con un percorso dall’alto verso il basso.

Diffidenze e pregiudizi (miei) a parte, se un sillabo vuole essere normativo deve scendere nei particolari in maniera oggettiva e non arbitraria. Ma fino a che punto è possibile farlo? Si può stabilire un’esatta e dettagliata successione di quasi tutto senza che qualcuno possa venire fuori con un’idea alternativa altrettanto valida? Per l’A1 e il C2 non ci sarebbe problema (i primi non sanno fare quasi niente, i secondi sanno fare tutto), ma per gli intermedi la vedo dura. La glottodidattica sarà anche una scienza, ma con il concetto di oggettività è meglio non fare troppo gli sboroni.

Infine, rendere il FW prescrittivo avrebbe il vantaggio di spazzar via le tante interpretazioni affrettate e superficiali dei descrittori, ma se nessuno può fare a meno del Framework, e se esiste un programma unico, non si rischia una totale uniformità dei contenuti?

Forse l’anarchia non è poi così male.

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(prendo spunto dal commento di ingliscprof e il commento di Paola)

Alla base del FW c’è l’idea brillante di stabilire i livelli di conoscenza di una lingua, ma questo implica talmente tante cose, e tutte insieme, che è normale essere (per esempio) un B2 nella comprensione scritta, e allo stesso tempo un A2 nella produzione orale. Questi squilibri si possono correggere prima di tutto misurandoli, e il metro è proprio il FW.

I descrittori sono perfetti e rassicuranti perché fotografano una situazione ideale, ma non possono entrare nella realtà specifica e quindi devono essere interpretati. Per domande concrete tipo “quante ore sono necessarie per passare da un livello all’altro?” o “nell’A1 ci va o no il passato prossimo?” ognuno farà l’esegeta a casa propria. E, baideuei, a casa mia la risposta alla seconda domanda è: no.

Bisogna quindi stare attenti a non pretendere troppo dal FW, il quale però corre anche il pericolo opposto di essere svuotato di significato, ironicamente proprio perché è ormai uno standard irrinunciabile. Immaginiamo una scuola di lingue con dei programmi avviati e collaudati, basati su materiali didattici di cui professori e studenti sono soddisfatti. Arriva il FW, e bisognerebbe adattare i programmi, spostare qualcosa più avanti, anticipare qualcos’altro eccetera. Ma perché cambiare se le cose funzionano così come sono? La soluzione è lasciare tutto come sta e chiamare i corsi A1, A2 eccetera, tanto non esiste un’autorità che certifichi il certificatore.

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Framework to the peopleL’utilizzo del Quadro comune europeo di riferimento per le lingue è ormai arrivato ad un punto di non ritorno, e anche il peggior libro di corso mette il marchio Framework in copertina.

Il testo originale in inglese è stato tradotto in tutte le lingue nazionali europee, ed alcune regionali. A questa pagina c’è l’elenco completo. Notate qualcosa di strano? Esatto: non solo siamo gli unici in Europa a non partecipare all’Eurovision Song Contest (gli unici!), ma anche gli unici tra le nazioni UE (assieme ai finlandesi per la verità) a non avere una traduzione del Framework in italiano disponibile liberamente online. Se lo volete dovete comprarvi il libro.

Per questo motivo, in un atto di ribellione estremo metto a disposizione la traduzione in italiano dei descrittori dei livelli. E’ una versione battuta a mano (non ne sono io l’autore), che anche se rivista e corretta avrà sicuramente degli errori.

Quindi veloci, prendetene e scaricatene tutti: quadro-di-riferimento.doc.

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E’ un libro strano, Linea Diretta. Strano perché ad una sensibilità verso i materiali autentici, scritti e orali, affianca una solida impostazione strutturalista. La colonna portante della lezione è l’ascolto, dal quale vengono prese delle frasi. Per esempio:

A: Senta io vorrei una birra
B: In bottiglia o alla spina?
A: In bottiglia
B: Mi dispiace, non abbiamo più birra in bottiglia
A: Allora mi porti un’aranciata

Poi si danno delle coppie di elementi (per esempio acqua minerale/gassata - the freddo; tramezzino al pomodoro/al tonno - pizzetta), e lo studente dovrà ripetere il dialogo. Questo non avviene solo ai livelli più bassi, dove i dialoghi guidati sono opportuni, ma anche a quelli più alti, dove lo studente avrebbe maggiore autonomia.

Hildegard, è lei…?E’ uscito da poco Linea Diretta Nuovo. I testi scritti, e alcuni degli orali sono nuovi, si è passati all’euro, ed è stata data un’imbiancata alla grafica, ed è rimasto il tono formale (con tanto di Lei maiuscolo) verso lo studente.

L’impostazione però rimane la stessa della prima edizione degli anni ‘90, e questo ispira due domande. Una per gli autori: ma è mai possibile che in 10 anni nulla sia cambiato nel loro modo di insegnare? E una per gli editori: perché non avere un po’ di coraggio in più, invece di riproporre la stessa minestra riscaldata, solo perché ha venduto molto e si spera che venda ancora?

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propositi 20081) Bocciare almeno uno di quei fancazzisti dei miei studenti universitari

2) Essere più ordinato quando scrivo alla lavagna

3) Fare più ricostruzioni di conversazione anche se mi vergogno come un cane

4) Andare in Italia, riempire la valigia di copie di Contatto, e venderle qui sottobanco agli studenti

5) Lasciare l’insegnamento, se continuerà ad essere un lavoro senza sbocchi

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L’uso della tecnologia bla bla si è sempre più affermato nella classe di lingua bla bla. Nonostante una certa diffidenza iniziale bla bla ora molti insegnanti bla bla, da una paura estrema ad una fiducia incondizionata.

Ciononostante, le immense opportunità offerte dalle nuove modalità di apprendimento: hotpotatoes, bla bla, risorse vistuali come moodle bla bla, online e-learning bla bla bla, podcasting, webquest, blog didattico e Skype bla bla.

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post-it-ragazza-peruviana.jpg

Ringrazio ancora una volta l’amico e collega che, con occhi attenti e dito sullo scanner, ha catturato questo post-it lasciato in una bacheca di una scuola di lingue.

Vedete voi se buttarla sul boccaccesco o sul sociolinguistico, in ogni caso la prima parte del numero di telefono è in vendita al miglior offerente.

 

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Ecco le principali parole digitate nell’ultimo mese per arrivare a Glottrotter:

  • master in didattica dell’italiano: 15
  • un giorno in italia: 15
  • contatto 2: 12
  • riversare cassette su CD: 12.
  • Ringrazio inoltre i 6 che hanno cercato glottrotter
  • e la persona che ha cercato direttamente glottrotter un giorno in italia.

Segnalo infine, con un’entrata ciascuno:

  • come far colpo su una collega (tranquilli, NON c’è nessun post su questo argomento)
  • come si dice tette in italiano, e
  • libri, le zoccole (l’articolo, ma soprattutto la virgola sono invero un po’ inquietanti)

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…sedere nella carrozza di un treno fermo in una stazione, con un altro treno a fianco, e quando uno dei due si muove, non si sa quale sia

(it is like sitting in a stationary railway carriage in a station when another stationary train is alongside, and when one of the trains starts moving, one doesn’t know which it is. Da The TEFL Graveyard)

keyhole-ridotto3.jpgÈ una di quelle frasi vaghe eppure molto precise, che si capiscono perfettamente senza sapere perché. È quindi inutile cercare di scassinarla per guardare cosa c’è dietro, rovinerebbe la sensazione.

Dal buco della serratura si vede però una frattura, una barriera, un’illusione ottica tra studenti e insegnante: quello che immaginiamo stia succedendo in classe, nella nostra testa, e in quella degli studenti, in realtà molte volte non sta accadendo affatto.

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Non sono il primo a trovarlo in rete, ma segnalo Veleno, fatti e misfatti dal mondo dell’italiano per stranieri. E’ una specie di protoblog risalente al 1999, con articoli illuminanti tipo il glossarietto con:

LIVELLO SOGLIA - livello di conoscenza della lingua proprio di chi riesce a comunicare parlando tutto quanto riuscirebbe a comunicare gesticolando.

noia-croppato3.jpgCome tutte le cose belle, è finito e non è più tornato, e quello che resta sul web dell’insegnamento dell’italiano a stranieri è una noia deprimente (a proposito: il dibattito sulla lista Italiano_l2 sull’uso di “essa” o “lei” va avanti ormai da 12 giorni: ragazzi, basta, per favore…).

Lancio quindi un appello, una richiesta, una preghiera: Farfagliuso, ti prego, torna, che qui c’è tanto, tanto bisogno.

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ascolto-autentico-e-lessico-con-cornice-piccola.jpgQuella che propongo qui è una variazione dell’attività di ascolto autentico (termine Dilit), o ascolto difficile (termine mio), per sfruttarla meglio per l’apprendimento del lessico.

“Difficile” significa che dopo tre-quattro ascolti, gli studenti riescono a capirne il livello generale, ma non molto di più. Per far accettare agli studenti questa difficoltà, dovremo barattarla con la mancanza di responsabilità. In altre parole, gli diremo che possono fare tutte le ipotesi che vogliono e non ci interessa se capirano bene o male, poco o tanto. E’ un’attività dove conta il processo e non il risultato, e si può fare anche con testi scritti.

Lasciando lo studente solo davanti alla lingua, non è possibile stabilire a priori quale e quanto lessico nuovo noterà, ed è probabile che molte parole importanti dell’ascolto non verranno colte. Per diminuire questa arbitrarietà, la prima cosa che ho provato a fare è stata chiedere agli studenti di un corso principianti di isolare le parole che non conoscevano, e di scriverle. Ma, come mi ha fatto notare una studentessa: “se non conosco la parola come faccio ad isolarla?” Ottima osservazione e tanto di cappello alla mia ingenuità (comunque, ad un livello più alto sarebbero probabilmente capaci di farlo).

Allora ho provato questo: al terzo o quarto ascolto scrivo alla lavagna alcune parole contenute nell’ascolto, possibilmente in ordine di apparizione, e ne spiego il significato. Poi rifaccio ascoltare e chiedo di isolarle.

Un’obiezione plausibile è che si tratta di un’intrusione di una fase guidata, in un’attività che dovrebbe essere totalmente libera. Gli studenti hanno mostrato di gradire, anche se, se fossi veramente un secchione potrei fare dei test per verificare se funziona davvero.

Ecco alcune varianti che mi riprometto di provare:

  • dare solo le parole e chiedere di risalire al significato nei successivi ascolti
  • dare la lista di parole in ordine e le definizioni non in ordine e chiedere di collegarli
  • dare solo la traduzione o la definizione delle parole e chiedere di individuarle nel testo

Le ultime due hanno più senso se gli studenti hanno la stessa L1.

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In tutti i libri, riviste, siti internet, blog sull’italiano a stranieri che ho letto, e nei corsi di formazione e conferenze a cui ho assistito, la teoria e la pratica la fanno da padroni e animano la festa. Non c’è da stupirsi, dato che la glottodidattica è per definizione una disciplina teorico-pratica.

C’è però un grande ignorato, quello che alle feste non lo invitano: il trattino tra le due parole. Il trattino non discetta di didattica dell’italiano in prospettiva interculturale, né propone dadaverbi per fissare il congiuntivo, eppure se qualcuno lo cagasse un po’ e gli chiedesse qualcosa, ne avrebbe da dire. Potrebbe per esempio spiegare come fare quando gli studenti arrivano un po’ alla volta e l’insegnante non sa se iniziare la lezione o aspettare, o quando uno studente crea problemi in classe, o come organizzare lo spazio della lavagna. E la lista potrebbe continuare con: come didattizzare un testo scritto/orale; come fare con persone poco alfabetizzate; come fare con chi ha incapacità fisiche o non vedenti; come migliorare l’acustica della classe; come sfruttare al meglio lo spazio della lavagna.

Sono tutti problemi concreti che gli insegnanti vivono tutti i giorni, ma che nessuno aiuta loro a risolvere: non abbastanza teorici da suscitare interesse accademico, non abbastanza pratici da essere attività didattiche.

ParallelePrendete per esempio questo numero del bollettino ITALS dedicato alle tecniche didattiche. Nell’introduzione si dice: “La natura teorico-pratica del bollettino ci stimola a favorire la diffusione di (buone) pratiche e non solo di saperi.” E giù attività per fissare il fissabile. Del resto è questo che vogliono gli insegnanti: attività didattiche. O no? Qui l’opposizione non è nemmeno troppo velata: da un lato le pratiche, dall’altro i saperi, indipendenti tra di loro e inutili gli uni alle altre.

L’area grigia del trattino parlerebbe invece di pratiche generali e saperi pratici, di cui gli insegnanti hanno una gran fame. A riprova di questo c’è il fatto che il post più cliccato di questo blog è “Come didattizzare un testo scritto?” Che poi chi lo legge lo trovi utile, è ovviamente un altro paio di maniche, ma è il segnale secondo me del bisogno di questo tipo di indicazioni.

Va da sé che non ce l’ho con il bollettino ITALS, lo cito solo come esempio illuminante di una situazione che, oltre a vedere navigando in rete, ho vissuto personalmente durante un memorabile corso di formazione con una professoressa di un’università per stranieri. Il tema del corso era di quelli che gli insegnanti non vedono l’ora di trattare: le dinamiche all’interno della classe. Dopo uno sciorinamento di lucidi su varie teorie sociologiche e interpersonali, una collega pone un problema concreto che aveva avuto con uno studente (adulto), il quale ad ogni errore degli altri rideva a voce alta in segno di scherno. Come fare? chiede l’insegnante. Risposta della professoressa: al primo errore che questo studente fa devi ridergli in faccia tu, di fronte a tutti, e poi dirgli: hai visto? E’ bello quando qualcuno ride dei tuoi errori, eh?

Gelo in sala, tonfi sordi di braccia e palle che cadono. La goffaggine e la totale inutilità della risposta della prof stonavano pesantemente non solo con la sicurezza esibita al proiettore dei lucidi, ma anche con i ripetuti e compiaciuti accenni ai suoi “vent’anni di esperienza.”

Se poi aggiungiamo anche l’esperienza del Master, spero si capisca perché nutro quasi zero fiducia nella capacità del mondo accademico di aiutare gli insegnanti a risolvere questi problemi. Credo piuttosto che un aiuto possa venire da quegli insegnanti con molti anni di esperienza e che hanno letto molti libri senza però mai smettere di entrare in classe. Segnalo un blog (in inglese) come esempio. Se c’è qualcun’altro, batta un colpo.

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ci vediamo in via PaleocapaOk, smettiamola di mettere un ventilatore acceso di fronte ai libri di corso e gettarci contro dei rifiuti, almeno per questa volta. Questa recensione sarà positiva.

Udite udite: Contatto 1 della Loescher è secondo me la scelta migliore per i corsi principianti. Il libro è fatto con criterio, la grafica è curata, gli ascolti tutto sommato non sono male, il lessico non viene ignorato, e ci sono parecchi esercizi comunicativi con vuoto di informazione tipo studente A e studente B, seguiti da produzioni orali più libere. Che volete di più? Se poi, come nel mio caso, venite da tre anni di Un giorno in Italia, è come passare dall’isolamento ad una cella 4×4.

Ora però qualche difettuccio, tanto per non perdere le sane abitudini.

 

  • Le consegne per studente A e studente B sono quasi sempre vicine, mentre una delle due dovrebbe andare in appendice, che nel libro c’è, ma inspiegabilmente è poco usata. Sembra un dettaglio da niente, ma con queste attività c’è sempre qualcuno che, perché non ha capito, o perché fa il furbo, manda a quel paese il vuoto di informazione (si apprezzi, please, lo sforzo per evitare il termine inglese information gap) guardando la parte dell’altro. Una separazione fisica limita questo problema.

  • Va bene sfruttare gli articoli per presentare l’Italia attuale, e cosa c’è di più immediato delle statistiche? Lo zelo però è stato tale che sembra di leggere l’annuario dell’ISTAT, con percentuali a go-go sugli italiani e: il risparmio, le vacanze, il made in Italy, la famiglia, il tempo libero, le medicine alternative, il cibo. Qualche lettura da cazzeggio non starebbe male.

  • La prima edizione aveva una carta che assorbiva meglio l’inchiostro e rendeva più facile scriverci sopra. Nella nuova, appena uscita, questa scelta controcorrente è stata abbandonata e si è passati alla solita carta patinata, delizia al tatto, ma croce per chi usa matite con mina dura.

  • Nella prima edizione la copertina è destinata a staccarsi senza rimedio. All’estero questa cosa non piace molto agli studenti, che auspicherebbero materiali più solidi, anche perché il libro decolla dall’Italia a 28€, e atterra a 40-42€, aumentato quasi del 45%.

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ugit.jpgUn giorno in Italia 2 è un seguito obbligato, visto il successo del primo.

Alcuni difettucci sono spariti, tipo lo schema grammaticale e sotto, nella stessa pagina, l’esercizio corrispondente. La grafica, che anche nel primo non era male, è stata migliorata, e ci sono più esercizi.

Per il resto lo schema è sempre quello: testo iniziale, domandine di comprensione, esercizi sul lessico. Per la parte grammaticale, benedetto sempre sia il metodo induttivo che ci libera dai problemi: come nel primo libro, quando si tratta di introdurre un nuovo argomento arriva la formula magica: “rileggi il testo e sottolinea…” Seguono tabella ed esercizi. Insomma, i difetti più evidenti del primo sono stati corretti, con l’effetto di rendere tutto molto più nitido e far emergere la vera essenza del libro: monotonia e ripetitività.

Si nota poi che le autrici sanno scrivere, e ne hanno una voglia matta. Dato che il libro è per livelli intermedio-avanzati, hanno potuto far abbandonare a Piero il lavoro di controllore per quello di giornalista e scrittore. I testi a inizio unità sono così diventati più complessi e lunghi, troppo lunghi per poter essere proposti in classe. Ecco quindi una proposta per gli editori: visto che Piero è più che altro un peso per il libro (e un po’ ha anche rotto le palle), e visto che nel libro ci sono molti testi autentici che permettono di abbandonarlo al suo destino, perché non farne una lettura graduata?

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insegnante-tecnologico-croppato.jpgVolete fare colpo sui colleghi (e colleghe) e avere la fama di quelli che “ci capiscono di queste cose?” Ecco alcuni aggeggi hardware e software (tutti freeware: significa legalmente gratis) molto utili dentro e fuori la classe.

Palmare. Se passate molto tempo sui mezzi pubblici e volete prendere appunti che poi dovrete passare al PC, potete saltare il passaggio del foglio e la penna scrivendo direttamente su un palmare (con la pennina di plastica) e riversare tutto su computer. Il palmare non è necessariamente supercostoso e supertecnologico. Con la funzione base di scrittura e con sufficiente memoria, su E-bay se ne trovano per 50 euro.

Blog. Non serve solo a pubblicare le nostre idee pensando che gli altri ci trovino simpatici e interessanti. Un blog può anche avere un accesso privato protetto da password. Ideale quindi se condividete appunti e progetti a con altri a distanza: ogni appunto diventa un post, organizzabile in categorie e accessibile solo a chi volete voi, e gratis. Per un blog pubblico, oltre a Wp consiglierei Blogspot, ma per questo tipo di utilizzo va bene qualsiasi gestore.

Photophiltre. È un programma molto semplice e leggero per modificare immagini per le attività.

Ricerca nel desktop. Se avete centinaia di file word con attività, e non volete passare ore a cercali nel vostro disco rigido, potete usare la funzione di ricerca di Windows, che però lascia molto a desiderare (se avete un Mac probabilmente funzionerà molto meglio). Per facilitarvi la vita potete usare un programma di ricerca del desktop. Io uso Copernic Desktop Search.

Veniamo ora al favoloso mondo dell’audio editing. Mettiamo che: avete un vecchio ascolto su cassetta di Volare o di Senta scusi che volete portare in classe, ma è troppo lungo e vi interessa solo la parte centrale. Avete il lettore CD in classe , ma non volete sprecare un CD vergine per un solo Mp3 da due minuti, e inoltre non vi ricordate se lo stereo legge o no i CD masterizzati. Ecco alcune cose che potete fare.

Riversare cassette su cd. Gli ascolto vecchi ma sempre validi che sono ancora su cassetta sono esposti all’usura del tempo e alla scomparsa dei mangianastri. Si possono riversare in digitale. La qualità rimarrà quella originale (analogica), ma potrete salvarli su disco rigido e duplicarli all’infinito su CD (ad uso interno, si capisce).

Per farlo avete bisogno di:

  • un riproduttore di cassette
  • un cavo jack-jack (lo spinotto piccolo delle cuffie da entrambi i lati)
  • un computer con l’entrata per il microfono
  • un programma di editing audio. Consiglio Audacity

Ecco come fare:

  • Avviate Audacity
  • Collegate il riproduttore di cassette al computer con il cavo
  • Cliccate sul tasto REC di Audacity
  • Avviate il riproduttore di cassette
  • Aggiustate il volume del riproduttore
  • Dato che probabilmente non riuscirete a sentire quello che state registrando, dovrete arrivare registrare tutto senza interruzioni fino alla fine della cassetta
  • Editate con Audacity, che da questo punto di vista funziona come Word: selezionate, tagliate e incollate su un nuovo file
  • Salvate in formato Mp3. Per farlo è probabile che vi venga chiesto un file chiamato lame, lo troverete facilmente su internet

Cavo per lettore Mp3. Se in classe non usate uno stereo portatile ma uno di quelli fissi, è probabile che dietro ci sia un’entrata per un riproduttore esterno con prese RCA. Con un cavo che ha da un lato una presa jack per cuffie, e dall’altro due RCA maschi, potrete far ascoltare qualsiasi cosa in formato Mp3 senza doverla per forza masterizzare, ma scaricandola sul vostro lettore Mp3.

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Fate troppa grammatica, anzi no, ne fate troppo poca. Se lavorate in contesto privato ci potranno essere studenti che, prendendovi in disparte o di fronte agli altri, metteranno in discussione ciò che fate in classe.

Alcuni consigli su cosa fare e non fare.

Calma e gesso. Anche se fatto con toni pacati, che qualcuno metta in discussione il nostro modo di insegnare non è mai bello. Se poi a farlo è uno studente, è probabile che il nostro pensiero istintivo sia “e tu che minchia ne sai di come si insegna eh?!” Fare gli offesi o gli incazzosi non aiuta, quindi mantenete un atteggiamento tranquillo e aperto (ma non troppo, che può suonare ipocrita), anche se il vostro ego ferito grida vendetta.

Porre la questione pubblicamente. Chiedete a chi ha sollevato la questione di ripeterlo di fronte agli altri (se non l’aveva fatto prima), o fatelo voi, chiedendo poi di confermare se avete inteso bene.

Cosa ne pensano gli altri? Le risposte possono essere diverse, diciamo però che quelli che condividono la critica possono essere la maggioranza, una minoranza importante o una minoranza piccola (magari solo quelli che vi hanno criticato). In quest’ultimo caso non esultate di gioia, tipo “visto? Ho vinto io!” Mostratevi comprensivi, promettete che verrete loro incontro e poi, se potete fatelo, sennò continuate come prima. Nel primo e secondo caso invece è chiaro che bisogna fare qualcosa.

Chiedere di essere più specifici. Ne avete il diritto, visto che vi hanno messo in discussione. Dovranno fare uno sforzo per essere propositivi e chiarirsi le idee. Meno grammatica? Cosa vogliono fare invece? Leggere e ascoltare? Che tipo di testi? Parlare? Di che cosa? Giocare? A che cosa? Più grammatica? In cosa in particolare si sentono carenti? Una volta messo tutto in piazza, ci sono due soluzioni possibili.

Soluzione rischiosa: far capire chi comanda. Volete giocare? Va bene, ma prima vi sparo un esercizio di grammatica che vi farà capire quanto ignoranti siete. Vi piace la grammatica? Eccovi servite batterie di esercizi strutturali, fino a quando non implorerete pietà. Questo però potrebbe essere visto come un sopruso (e un po’ lo sarebbe), creando una tensione dalla quale non ci guadagna nessuno.

Soluzione migliore: negoziare. Significa cedere un po’. Ci sono due buoni motivi per farlo. Il primo è che in un contesto privato lo studente paga e ha diritto ad avere ciò che vuole. Il secondo è che voi potete anche essere i migliori insegnanti del mondo, ma se gli studenti non vi seguono non impareranno, proprio come con il peggiore insegnante del mondo.
Questo però non può significare cedere su tutta la linea: giusto o sbagliato, il modo di insegnare di ciascuno di noi è il prodotto di convinzioni didattiche ma anche personali, e non è possibile cambiare a richiesta senza andare contro quello che siamo.

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Glottrotter marca le prime 1000 visite. Ecco alcune statistiche:

  • post totali: 21
  • media giornaliera di visite: 10
  • massimo di visite in un giorno solo: 63
  • il post più letto di sempre: questo
  • il post con la media più alta di visite dalla sua pubblicazione: questo
  • click partiti verso i blog linkati qui: 25
  • aumento di visite da settembre a ottobre: 210%
  • commenti: 0

Alcune tra le parole chiave:

  • un giorno in italia (31)
  • come:
    • fare un testo narrativo (3)
    • sottolineare un testo (2)
    • scrivere un testo di italino (sic) (1)
  • didattica dell’italiano (5)
  • “sandra gracci” batte “Maria G. Lo Duca” 4 a 2
  • master didattica dell’italiano (26)
  • materiale autentico (16)
  • tette a riccione (1)
  • zoccole:
    • a riccione (1)
    • di italia (2)
    • romagnole (1)
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(i primi 10)

  • Alla domanda di uno studente “perché è così?”, la risposta buona per tutte le occasioni è: “è colpa del latino”.
  • La lezione deve essere piacevole, l’insegnante simpatico, ma questo non significa essere dei cabarettisti, né amici degli studenti. Se certi steccati vengono abbattuti il rapporto umano ne guadagna, ma la didattica rischia di perderne.
  • Scrivete il vostro nome sui CD.
  • Se quando spiegate qualcosa e chiedete se hanno capito, e tutti dicono di sì, non necessariamente è vero. C’è sempre qualcuno che non ha capito e non lo dice. Discretamente, tenete come riferimento il più lento della classe. Se ha capito lui probailmente hanno capito tutti.
  • Alternate attività impegnative ad attività più rilassanti.
  • Quando gli studenti stanno ascoltando o leggendo qualcosa, approfittate di quei due minuti per leggere o prendere appunti, mettere in ordine i fogli o cancellare la lavagna. Però muovetevi piano e non fate rumore.
  • Con gli alunni, non lamentatevi del libro di corso o dell’eccesso di grammatica nel programma. Fa figo ma nuoce all’immagine della scuola, e se il direttore lo viene a sapere giustamente si arrabbierà. Se volete farlo con i colleghi, siate prudenti, soprattutto se non li conoscete.
  • Siate sempre pronti alle figuracce con gli studenti, soprattutto quelli di livello intermedio.
  • La lezione finisce quando l’ultimo studente è uscito e voi dietro a ruota. Se un altro collega ha lezione dopo di voi nella stessa aula, dichiarate finita la lezione tre minuti prima dello scadere dell’ora. Se è il caso, interrompete l’attività e riprendetela la lezione successiva. Didatticamente non è il massimo, ma rispettare l’orario al minuto (e cancellare la lavagna) è un segno di rispetto per l’insegnante che viene dopo
  • Fatevi una scorta di quelle attività da cinque minuti, utili e che possono essere interrotte in qualsiasi momento.

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Quarta e ultima parte: le braghe calate

Prima parte
Seconda parte
Terza parte

E’ una fredda mattina di gennaio. Il direttore entra in banca e si mette in fila.

Qui si esagera, pensa.

Solo una persona davanti a lui.

Passi chiedere un colloquio con l’ambasciatore, tanto quello manda l’addetto culturale…

Arriva il suo turno, porge il passaporto alla cassiera e chiede di fare un prelievo.

…però il volantinaggio no, qui si esagera.

Cinque minuti dopo esce con 40 biglietti da 100 euro in una busta, prelevati dal suo conto personale. 4000 euro che il giorno dopo andranno nelle mani del rappresentante sindacale, che a sua volta dividerà equamente tra i quattro licenziati per rimborsarli del mese di lavoro perso.

Cos’è successo? È successo che la situazione si è fatta gradualmente insostenibile. I licenziati hanno chiesto di parlare con l’ambasciatore, ottenendo però solo un colloquio con un addetto culturale. Poi c’è stata una raccolta di firme di 208 studenti, una lettera di uno di questi pubblicata da un quotidiano cittadino online, dove si dice “il direttore ci ha ingannato e macchia il prestigio dell’Istituto”. Ma la goccia è stata quando questo stesso studente, superagguerrito, ha aspettato il direttore fuori da una cena ufficiale con l’ambasciatore, distribuendo volantini.

braghe-calate-croppato.jpgÈ stato allora che la mano del direttore ha cominciato a scendere verso il bottone dei pantaloni, per slacciarli e lasciare che calassero senza resistenza. Ecco la soluzione: un contratto di otto mesi per un progetto didattico online.

Riassumendo: dopo essere stati allontanati ingiustamente da un’esperienza di insegnamento per la quale erano perfettamente preparati, questi quattro insegnanti vengono riassunti per un progetto per il quale non sono sufficientemente preparati, perché avrebbe richiesto almeno un paio d’anni di esperienza di insegnamento.

È la conclusione degna di questo pasticcio all’italiana. Gli insegnanti accettano di buon grado l’incarico, dimenticando le questioni di principio (per carità, nessun giudizio, io al loro posto avrei fatto lo stesso), il direttore, il cui arrivo è ormai preceduto da un tin-tin-tin-tin-tin (è il suono della fibbia della cintura slacciata che sbatte al suolo), è soddisfatto: la calma è ritornata, ed un grande progetto didattico sta per iniziare. Dice che arriveranno fondi dal ministero per finanziarlo, ma a distanza di un anno non è arrivato nulla, e il progetto si avvia verso un binario morto.

The End

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  • Cerca di dare ritmo alla lezione. Appena un’attività è conclusa, se non ci sono domande passa alla seguente senza esitazione
  • Anche se è noioso, anche se richiede tempo, anche se l’hai fatto mille volte, rivedi sempre i passaggi di un’attività che porterai in classe. Anche l’esercizio di grammatica più stupido può riservare sorprese, quindi prima svolgilo tu
  • Cerca di migliorare le attività che hai già fatto, e non preoccuparti se un’attività che hai proposto per la prima volta non funziona come volevi. Rientrerà nel primo gruppo
  • Fai tuo lo spazio della classe. Disponi le sedie in circolo, metti gli studenti vicini, sposta tutto ciò che ti disturba. Lascia tutto come l’hai trovato
  • Se hai studenti ritardatari, non aspettare che arrivino per iniziare la lezione, non è corretto verso chi è puntuale. Occupa il tempo correggendo gli esercizi per casa, o con un gioco o un’altra attività utile da poter interrompere in qualsiasi momento
  • Quando giri tra gli studenti e uno ti fa una domanda, se puoi accosciati per ascoltarlo e rispondergli
  • Due studenti che confrontano un testo scritto dovrebbero stare seduti affiancati. In un esercizio orale dovrebbero trovarsi uno di fronte all’altro
  • Cambia le coppie di studenti, ma non farli girare come trottole per due ore
  • Se dove insegni non guardano a che ora entri o esci di classe (per esempio all’università), non fare furbate: pur con tutte le pause e i tempi tecnici di trasferimento da un’aula all’altra, due ore di lezione sono due ore, e quattro sono quattro
  • Per le insegnanti donne: se il DVD che dovete usare in classe non funziona, e voi “non ci capite niente”, assicuratevi almeno che il lettore sia connesso al televisore, e che il telecomando abbia le batterie, prima di chiedere aiuto al collega maschio “che se ne intende.” Per gli insegnanti uomini: se una collega vi chiede di controllare il DVD perché non funziona e lei “non ci capisce niente” mentre voi “ve ne intendete”, pretendete che controlli almeno che il lettore sia collegato al televisore, e il telecomando abbia le batterie, prima di alzare il culo dalla sedia

(gli altri 10)

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Terza parte: da cosa nasce cosa, e tutte insieme precipitano

Prima parte
Seconda parte

braghe-calate-croppato.jpgIl direttore crede che cinque minuti a muso duro possano chiudere la questione, ma sottovaluta la gravità di ciò che sta facendo, o sopravvaluta sé stesso, perché la situazione diventa incontrollabile.

I primi a reagire sono gli studenti di uno dei licenziati, un primo livello con due mesi di corso. Quando arriva l’insegnante di sostituzione e spiega ciò che è successo, protestano e chiedono di parlare col direttore. Questi arriva in classe scocciatissimo e dice “vediamo cosa avete imparato con questo professore”, e inizia a fare loro domande di grammatica. Di fronte a tanta imbecillità l’insegnante di sostituzione non sa se ridere, piangere o fargli una foto. Gli studenti di un altro dei licenziati vengono addirittura ricevuti in ufficio, dove si racconta di questo dialogo surreale:

D: non preoccupatevi, adesso vi daremo un insegnante più bravo
S: ma lui ERA bravo, lo rivogliamo!
D: io non vengo a dirvi come fare il vostro lavoro, voi non ditemi come fare il mio

Anche gli altri insegnanti sono scossi, tutti si mobilitano. Il mattino dopo il fattaccio, inscenano assieme agli studenti una protesta di fronte all’Istituto, ritardando l’entrata in classe. Anche gli insegnanti licenziati sono lì per spiegare quello che è successo, visto che ufficialmente la direzione ha parlato di riforme interne organizzative. Un dipendente dell’amministrazione (voci maligne dicono che se la faccia con il direttore) metterà in guardia gli studenti ribelli dicendo che quegli insegnanti li stanno manipolando.

La protesta fuori dall’Istituto si ripete il giorno seguente, e lì raggiunge l’apice. Dopodiché alcuni colleghi riprenderanno la vita di sempre, ritenendo di aver fatto a sufficienza. Questa situazione fa scoprire lati nascosti delle persone: chi generalmente ha un cuore grande come una casa tira fuori la parte pavida, e chi di solito ha un carattere accomodante e felpato sale sulle barricate.

I licenziati sono riuniti in assemblea permanente nel bar di fronte all’Istituto. Neanche loro però sono uniti: c’è chi è grato ai colleghi per la solidarietà, chi li rimprovera di non fare abbastanza; c’è chi si rassegna, chi minaccia le vie legali. Ma non c’è molto da fare: il rappresentante sindacale si è mosso subito, ma gli avvocati hanno fatto egregiamente il loro lavoro e l’Istituto è in una botte di ferro. Preparano quindi una lettera da mandare a Roma (in maniera più defilata, anche due ex insegnanti dell’Istituto sono pronti a fare lo stesso).

È in questa parte che vediamo uno dei licenziati imbattersi nell’addetto culturale e dirgli: “faccia qualcosa, non vede cosa sta succedendo?” “Mi dispiace, non posso fare nulla” dice lui, “ma su col morale, in fondo è stata un’esperienza”. Secondo altre versioni, le parole esatte sono state “una bella esperienza” o “un’esperienza interessante.”

Quarta parte

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materiale-autentico-ridotto.jpg

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Seconda parte: da un gran pasticcio a una gran porcata

Prima parte

braghe-calate-croppato.jpgIl problema viene fuori quando gli insegnanti nuovi sono già arrivati ma non hanno ancora firmato il contratto. La direzione, peraltro fino a quel momento incolpevole, sarebbe ancora in tempo per una ritirata semi-dignitosa: seguendo la graduatoria potrebbe tenere i professori necessari e mandare via quelli in esubero (qualcuno finalmente a suo agio con le tabelline ne ha calcolati quattro), con tante scuse e qualche risarcimento danni.

Però no. Dopo aver temporeggiato qualche giorno, l’Istituto fa firmare il contratto a tutti, avviando allo stesso tempo consultazioni riservate con i propri avvocati per sapere come mandar via gli insegnanti che avanzano senza infrangere la legge. La chiave di tutto diventano i tre mesi di prova, durante i quali il datore di lavoro può licenziare senza giusta causa.

Per decidere chi tra di loro, dopo aver lasciato il lavoro precedente e firmato un contratto d’affitto per un anno, dovrà essere privato del lavoro all’improvviso, vengono mandati alcuni insegnanti in classe per fare osservazione. Anche se ufficialmente ciò rientra nella normale e salutare osservazione tra pari, il vero scopo è un segreto di Pulcinella noto a molti, anche se non a tutti. Logico che nessuno degli osservatori se la senta di esprimere giudizi negativi, anche perché risulta effettivamente che tutti rientrano nella media.

I coordinatori sono costretti a comunicare i risultati dell’osservazione al direttore, ma allo stesso tempo fanno protocollare una lettera in cui specificano che la loro valutazione non contiene giudizi negativi ma solo diversi gradi di positivo. Successivamente, il direttore chiamerà uno dei coordinatori (ma secondo un’altra versione scriverà un pizzino) e gli ‘’suggerirà” ”amichevolmente” di far sparire quella lettera, ”perché, vedi, io posso decidere di farti lavorare qui anche l’anno prossimo.” A quanto risulta quella lettera non è stata ritirata.

Il P-Day (Porcata-Day) è fissato per un pomeriggio di inizio dicembre, pochi giorni prima dello scadere dei tre mesi di prova.

(se questa fosse una rappresentazione teatrale, in questo momento potremmo scorgere l’addetto culturale zitto e buono dietro una tenda. Il casino l’ha combinato lui, ma di assumersene la responsabilità nemmeno parlarne. Che nessuno sappia niente, altrimenti qualcuno a Roma potrebbe sculacciarlo)

Il direttore convoca nel suo ufficio gli insegnanti e consegna la lettera di licenziamento. Dice che non sono adatti allo standard richiesto dall’Istituto, ma mente sapendo di mentire. Gli insegnanti vogliono sapere dove hanno sbagliato. Lui, come probabilmente gli hanno suggerito gli avvocati, replica che non è tenuto a dare nessuna spiegazione. Tra di loro qualcuno piange, altri fanno il muso duro.