Proposito numero cinque raggiunto: dopo tre anni e mezzo come insegnante (due in un Istituto italiano di cultura, uno e mezzo in un centro linguistico universitario) ho mollato tutto e sono tornato al lavoro da cui sono venuto: non più cloze ma fatture, non più esami a fine corso, ma straordinari a fine trimestre.
Il cambio è avvenuto qualche mese fa, ma finora ho sempre trovato scuse per non pubblicare un post a riguardo: ero impegnato con il trasloco, con la ricerca del lavoro, con il nuovo lavoro, e poi volevo che il post fosse fatto bene e non scritto di getto.
Vorrei poter dire che è stata una decisione sofferta, ma non è così, anzi, rimpiango di non averla presa alla fine dei due anni di IIC, come hanno fatto altri ex colleghi più avveduti di me. L’ultimo anno e mezzo ha significato lavorare a ore e senza contratto, dover aspettare fino all’ultimo per sapere le mie entrate da ottobre a maggio, dovermi cercare un lavoro da maggio a ottobre, senza contare le ore passate solo in casa a preparare le lezioni. E sarebbe rimasto così per almeno altri due anni, per poi ottenere forse un contratto in università.
Per chi non vuole lavorare nella scuola pubblica né far parte del circo(lo) universitario, l’insegnamento non ha molte possibilità da offrire. Si può decidere di rimanere in un posto e condannarsi alla precarietà, o spostarsi continuamente di nazione in nazione, guadagnando magari bene, ma sapendo che dopo uno o due anni sarà già tempo di rifare le valigie e ricominciare da capo da un’altra parte.
Per molti, ma non per tutti.
Decisione per niente sofferta quindi, anche se comincia ad affiorare un po’ di nostalgia dell’inizio, datato estate 2004. Di quando il mio collega del Telemarketing ha visto per caso l’annuncio dell’IIC sul sito del Corriere (io da solo non l’avrei mai scoperto), insistendo come un matto affinché mandassi il curriculum (“ma non so se lo mando”), di quando ho mandato il curriculum (“tanto non mi chiamano”), di quando mi hanno chiamato per un colloquio (“tanto non mi prendono”), di quando mi hanno preso (“tanto non so se accetto”) e di quando ho accettato e lasciato il lavoro precedente. E poi l’ebbrezza della nuova città, l’ottobre caldo in maniche corte, i primi giorni di corso di formazione (ricostruzione di conversazione con Piero Catizone), l’atmosfera elettrica della sala insegnanti il venerdì pomeriggio, l’aver raggiunto il sogno dell’università di “vivere insegnando,” e di quando pensavo, orgoglioso di me stesso, che stavo lavorando per uno degli IIC più grandi d’Europa.
Dopo sei mesi il sogno era già finito: la mediocrità dei dirigenti dell’Istituto era ormai chiara (ma ad altri venuti dopo di me sarebbe andata anche peggio), e insegnare si era trasformato in lavoro. Ma pur sempre un lavoro bello, difficile ed appagante, anche se non normale.
Dovendomi reinseriere nella realtà, ho peccato di ingenuità, provando ad presentarmi con il mio curriculum vero dove, in ordine anticronologico, “language teacher” fa bella mostra di sé, seguito da “language teacher.” Risultato: nessuna risposta, nenche negativa. E allora ho seppellito con una risata tutti gli esperti di risorse umane che dicono che nel CV bisogna dire tutta la verità e nient’altro che la verità, e ho inventato: insegnamento ridimensionato, dentro esperienze di lavoro inesistenti o esperienze reali ma gonfiate. E i colloqui sono arrivati.
E’ stato durante uno di questi che ho avuto le rivelazione di come siamo visti noi insegnanti nel mondo reale (sì, parlo ancora in prima plurale). Passo la prima selezione, mi richiamano per parlare con la direttrice generale, una signora cinquantenne gentile e materna. E’ preoccupata per quell’anno passato a fare l’insegnante tra il 2004 e il 2005 (curriculum cammuffato, ricordate), mi dice che l’insegnamento è molto diverso dal mondo del business. L’idea di insegnante che ha è probabilmente di uno che arriva in classe con la chitarra e dice ok ragazzi, oggi vi insegno Albachiara. Io annuisco, sono costretto a trattare quell’esperienza come una follia di gioventù, ma adesso mi è passata, ho messo la testa a posto. E’ la regola d’oro di ogni colloquio: mai discutere con chi ti sta di fronte. Ma se avessi potuto avrei detto: con tutto rispetto signora, lei non sa di cosa parla, insegnare è uno dei lavori più difficili che uno possa fare. Dopo tre anni di pratica in classe, un Master, decine di ore di corsi di formazione, e libri su libri letti, cominciavo appena ad avere un’idea, mentre so che il lavoro per cui sono qui oggi lo imparerò al massimo in un anno. Quindi mi porga gentilmente il gomito e mi faccia il favore, mi faccia.
Inutile dire che quel lavoro non l’ho avuto. Ironia della sorte, alla fine l’ho trovato con il mio curriculum originale. Meglio così, almeno, quando mi chiedono cosa facevo prima posso dire la verità.
La mia avventura come insegnante a tempo pieno finisce qua, ma insegnante dentro lo sono ancora, ho un progetto didattico grande e importante in piedi che non ho pensato nemmeno per un secondo di abbandonare, e ho una voglia matta di entrare in classe. Lo farei nel mio tempo libero, ma il lavoro che ho adesso mi costringe a orari irregolari, quindi se ne riparla l’anno prossimo.
Glottroter non chiude. Avrò ovviamente molte meno cose da dire, ma cercherò di tenerlo vivo in qualche modo. Contributi nello spirito del blog (chi mi ha seguito fino a qua sa qual è) sono ben accetti.

10 comments
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29 Ottobre 2008 a 3:46 am
ladylink
e io che ti volevo intervistare
ed io che apprezzavo la tua sagacia, ilarita’, il tuo essere diretto
e la mia collega che aveva praticamente capito chi eri
sei riuscito a togliere le parole di bocca e di mano a ladylink
in bocca al lupo
un caro saluto e a presto
29 Ottobre 2008 a 5:06 am
ladylink
ti ho dedicato un post
http://www.ildueblog.it/?p=592
29 Ottobre 2008 a 11:50 am
porfido
Tanti auguri. E’ un vero peccato! Ma non c’è niente da aggiungere a quello che hai già scritto!
29 Ottobre 2008 a 9:54 pm
Caterina
Caro Glottrotter… che dire? Leggendo i tuoi post ho imparato e riso, credo come molti altri insegnanti, ritrovando nelle tue esperienze in classe le mie, rivivendo certi timori e riflettendo sui miei errori.
La tua decisione è presa. Permettimi di raccontarti la mia.
In realtà non avevo sognato di fare l’insegnante, anzi, avevo proprio scelto una facoltà specifica (quella per traduttori) che avrebbe potuto condurre all’insegnamento senza però che questo ne fosse lo sbocco primario. Dopo essermi scontrata con le difficoltà di trovare il primo lavoro, quello dei sogni (nel mio caso la traduzione nell’ambiente editoriale), mi sono rassegnata al lavoro in azienda. Alcuni anni e molti rospi dopo, rospi ingoiati per l’incapacità e l’immobilismo dei superiori, mi sono decisa a salutare tutti. Quando ho avuto l’occasione di fare un colloquio per una piccola scuola che cercava insegnanti d’italiano ero perplessa…
Sono quattro anni che insegno (pur nelle mille difficoltà che tutti conosciamo, anche in territorio italiano) e ogni volta che penso di mollare ripercorro i momenti in cui dovevo correggere l’ortografia nelle lettere del mio capo in azienda, la sensazione di disagio nel sentirsi sempre ‘altro’ da quelli che avevo intorno… Ti assicuro, mi passa qualunque velleità di tornare ad un lavoro ‘normale’!
Ti auguro tutta la serenità di chi ha scelto la propria via in modo consapevole e a ragion veduta.
Caterina
31 Ottobre 2008 a 9:35 am
Anonimo
Anche io rientrando in Italia da Parigi sono tornata al mio lavoro di priva ( call center), ma grazie a qualche sana bugia sono assistente di direzione ( segretaria del capo) in un’agenzia di comunicazione con contratto a progetto, sono passata da precariato emigrante a precariato nazionale.
Non smetto di sperare che un giorno rientrerò in aula a fare finalmente il mio mestiere, ma adesso dobbiamo lasciare che la bufera passi…
In bocca al lupo a tutti gli italiani
13 Novembre 2008 a 12:19 pm
Cecilia
Io penso di mollare quando mi scontro con idiozie burocratiche!
Sono italiana madrelingua nata e cresciuta a Roma e mi chiedono, per presentarmi a un concorso qui in Spagna, di dimostrare che parlo italiano con un certificato ufficiale — che essendo italiana non posso avere!
E così in un posto di lavoro a cui potrei aspirare c’è invece una supplente locale proveniente dalle graduatorie del conservatorio!!!
Che mette su un bel CD di opera in classe e il gioco è fatto!
Argh …
… ma per ora resisto nel mio posto di lavoro illegale, sommerso, non apprezzato, non riconosciuto … perché purtroppo insegnare italiano mi piace ancora …
buona fortuna a tutti!
13 Novembre 2008 a 6:35 pm
Glottrotter
Grazie Cecilia mi stampo questo commento e lo mostrerò a tutti i miei amici spagnoli che si scandalizzano per la burocrazia italiana
17 Novembre 2008 a 3:32 am
ladylink
mi manchi
21 Settembre 2009 a 12:54 pm
claudia mancosu
Ti capisco e sottoscrivo. La cara signora che ti ha sottoppsto al colloquio di lavoro ,con rispetto parlando, non capisce un emerito accidente. Il mestiere di insegnante di italiano come L2 è indescrivibile. Non sai mai se i tuoi sforzi servono a qualcosa, hai poschissimo feedback ed è un’attività sempre in divenire. Quando penso a questo lavoro mi viene in mente un a cosa ch e mi avefa detto un amico riguardo all’Africa: i primi giorni pensi di conoscerla e di aver capito tutto, poco dopo pensi che, forse, non la conosci abbastanza, poi giungi alla conclusione che non arriverai mai a conoscerla .
Ho insegnato per anni italiano agli immigrati e visto il momento storico che sta attraversando l’italia, ho scelto proprio il mestiere giusto!
Claudia
P.S.: cerco lavoro.
23 Settembre 2009 a 3:02 pm
claudia mancosu
Chiedo scusa per gli errori di battitura, ultimamente mi “s’intrecciano i diti” .
Claudia