Prima facevo fare delle attività per me fighissime, e magari loro si rompevano le balle, adesso me le rompo io, e magari loro sono contenti
Questa riflessione di un amico e collega, oltre al rigore scientifico con cui è espressa, centra perfettamente il disagio che spesso provo quando mi chiedo: ho fatto bene il mio lavoro?
Per quasi tutte le categorie, rispondere a questa domanda è facile: se sono un addetto alle pulizie, il bagno dovrà essere pulito, se sono un muratore, la parete dovrà essere dritta e solida, se sono un venditore dovrò vendere, e così via. Persino un dottorando in italianistica avrà una comunità di riferimento che approverà o meno il suo lavoro. Nemmeno per l’insegnante la risposta sembra difficile: avrà fatto bene quando gli studenti imparano.
Ma quando imparano? Qui l’oggettività finisce, e anche l’insegnante più esperto e preparato dovrà arrendersi al fatto che lo studente impara quello che può e vuole, nel modo in cui può e vuole. e che i suoi sforzi non sono nulla senza “autenticazione,” come spiegato in questo saggio (pag.23 – traduzione mia):
sono gli studenti stessi che stabiliranno i propri criteri di autenticità, basati sul loro concetto di rilevanza nei confronti dei loro bisogni emozionali e funzionali, dei loro interessi, eccetera. [...] Per l’autore di libri di testo ciò implica che [...] è possibile stabilire certi criteri e condizioni di autenticità, ma se le attività proposte avranno il sigillo di autenticazione, dipenderà da come verranno ricevute dalla classe
Qui si parla di autenticità dei materiali, ma la regola si può estendere a tutte le azioni dell’insegnante. Peggiorando lo scenario, aggiungerei che l’autenticazione, prima che a livello di classe, passa per il singolo studente. In altre parole, anche le tecniche didattiche più raffinate e i testi più autentici non serviranno a nulla se lo studente non li riconoscerà come utili e rilevanti.
Ricordo un corso di formazione con un’insegnante DILIT, su un’attività didattica tra le mie preferite: il puzzle linguistico. Dopo una simulazione con un testo orale in inglese, in cui noi eravamo gli studenti, qualcuno chiede se alla fine si può dare alla classe il testo completo. La formatrice risponde che è meglio non farlo, per vari motivi: ricostruire l’intero testo non è lo scopo dell’attività; il testo di origine è orale e non scritto; lo studente deve imparare a convivere con il fatto che non si può capire tutto, e ultimo ma non meno importante, se lo studente sa che alla fine avrà il testo completo, è probabile che non si impegnerà al massimo nei puzzle successivi. Riguardo a quest’ultimo aspetto, una collega alza la mano, e candidamente ammette che, se lei fosse una studentessa, proprio il fatto di NON avere il testo completo alla fine, e di non poter verificare cosa ha capito e cosa no, avrebbe diminuito il suo impegno le volte successive.
Ed ecco anni di ricerca teorica e pratica, annullati dalla soggettività di una studentessa (anche se sotto mentite spoglie), sicuramente simile a quella di molti altri studenti veri. Che fare? Qui, l’obiezione che “non è il risultato che conta, ma il processo”, o qualsiasi altra, non vale semplicemente nulla, così come è meglio resistere alla ridicola tentazione di incolpare lo studente di essere com’è.
Meglio arrendersi all’idea che non possiamo accontentare tutti?
Non si salva da questa situazione nenche il principio, sul quale tutti ci dichiariamo d’accordo, per il quale l’insegnante non deve mettersi al centro dell’attenzione, ma lasciare spazio agli studenti. Là fuori ci sono moltissimi insegnanti istrioni, le cui lezioni sono in realtà dei monologhi al limite della logorrea. E se tra i loro studenti (e colleghi) ci sono quelli che non apprezzano, ci sono anche quelli che escono da lezione convinti di aver imparato tantissimo.
E se anche si illudessero, conterebbe veramente qualcosa?


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21 Settembre 2008 a 12:44 pm
ingliscprof
Riflessione molto interessante. Anche io sono stata e sono ancora un’apprendente aperta e curiosa, che non accetta spiegazioni su teorie astruse o statistiche di non so che, quando un insegnante si rifiuta di darle ciò che ritiene importante per imparare meglio. Quando ero più giovane accettavo per finta le regole (durante i corsi di inglese in Inghilterra nascondevo il dizionario bilingue sotto il banco, perché era ed è ASSURDAMENTE proibito usarlo) adesso me ne frego, ma non tutti gli studenti possono fare lo stesso. Eppure sta nella sensibilità dell’insegnante capire che ognuno impara come vuole e che spesso ascoltare le richieste degli alunni, non significa scendere a patti con il diavolo, ma semplicemente imparare a mettersi in panni non nostri, con grande profitto per loro e per la nostra didattica.