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In rispetto al proposito numero 3 per il 2008 (il numero 1 per ora non è andato), qualche giorno fa ho fatto una ricostruzione di conversazione (per chi non sapesse cos’è c’è anche questa tesi del Master Itals) che recita come segue:

Maria: Ciao Sofia
Sofia: Ciao Maria, come stai?
Maria: Non c’è male, grazie. Questo è Marco, un mio amico
Marco: Piacere, Marco
Sofia: Piacere, Sofia

Non molto difficile, come si può vedere. Risultato: non è venuta benissimo, ho saltato dei passaggi, ne ho accelerati altri, ma poteva andare peggio, visto che era più di un anno che non ne facevo una. Avrei potuto riproporla qualche giorno dopo in un’altra classe dello stesso livello, ma ero stanco e ho preferito seguire il libro.

hei, molla il cane!Ok, lo ammetto, è una scusa insulsa. Volete sapere la verità? La verità è che, dal momento del primo atto linguistico (“Ciao Sofia”), in cui il mio viso dovrebbe contorcersi in un sorriso, la mia mano alzarsi per salutare, e la mia postura esprimere sincera amicizia, tutto questo nei confronti di una persona invisibile di nome Sofia, beh, da questo momento il mio filtro affettivo sale. O, come direbbe Krashen, mi sento un pirla, e immagino che se gli studenti non scoppiano a ridermi in faccia, lo devo solo a quel poco di rispetto che è rimasto verso la figura del professore. Da notare che all’inizio, complice un corso di tre giorni con nientepopodimenoche Piero Catizone, avevo molti meno problemi, poi col tempo le inibizioni sono aumentate.

E non posso nemmeno fare spallucce e dire “tanto a me la ricostruzione non mi piace,” dato che invece ci credo, perché è un capovolgimento della struttura classica di un’attività: invece di prendere 10 frasi prefabbricate analizzando un unico aspetto, si prende una sola frase da un contesto reale, e la si analizza sotto TUTTI gli aspetti. Inoltre, far ripetere diverse volte la frase allo studente, la rende l’attività migliore per le formule (tipo quelle di presentazione), che dovrebbero venir fuori automaticamente in uno scambio orale reale.

Il problema è che stiamo qui a parlare del filtro affettivo dell’apprendente, ma di quello dell’insegnante non se ne occupa nessuno.

Che fare? Arrendersi alle inclinazioni o cercare di cambiare?

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