Quella che propongo qui è una variazione dell’attività di ascolto autentico (termine Dilit), o ascolto difficile (termine mio), per sfruttarla meglio per l’apprendimento del lessico.
“Difficile” significa che dopo tre-quattro ascolti, gli studenti riescono a capirne il livello generale, ma non molto di più. Per far accettare agli studenti questa difficoltà, dovremo barattarla con la mancanza di responsabilità. In altre parole, gli diremo che possono fare tutte le ipotesi che vogliono e non ci interessa se capirano bene o male, poco o tanto. E’ un’attività dove conta il processo e non il risultato, e si può fare anche con testi scritti.
Lasciando lo studente solo davanti alla lingua, non è possibile stabilire a priori quale e quanto lessico nuovo noterà, ed è probabile che molte parole importanti dell’ascolto non verranno colte. Per diminuire questa arbitrarietà, la prima cosa che ho provato a fare è stata chiedere agli studenti di un corso principianti di isolare le parole che non conoscevano, e di scriverle. Ma, come mi ha fatto notare una studentessa: “se non conosco la parola come faccio ad isolarla?” Ottima osservazione e tanto di cappello alla mia ingenuità (comunque, ad un livello più alto sarebbero probabilmente capaci di farlo).
Allora ho provato questo: al terzo o quarto ascolto scrivo alla lavagna alcune parole contenute nell’ascolto, possibilmente in ordine di apparizione, e ne spiego il significato. Poi rifaccio ascoltare e chiedo di isolarle.
Un’obiezione plausibile è che si tratta di un’intrusione di una fase guidata, in un’attività che dovrebbe essere totalmente libera. Gli studenti hanno mostrato di gradire, anche se, se fossi veramente un secchione potrei fare dei test per verificare se funziona davvero.
Ecco alcune varianti che mi riprometto di provare:
- dare solo le parole e chiedere di risalire al significato nei successivi ascolti
- dare la lista di parole in ordine e le definizioni non in ordine e chiedere di collegarli
- dare solo la traduzione o la definizione delle parole e chiedere di individuarle nel testo
Le ultime due hanno più senso se gli studenti hanno la stessa L1.

4 comments
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5 Gennaio 2008 a 11:51 am
ingliscprof
io ci provo con le canzoni, vengono fuori dei bellissimi neologismi.
17 Gennaio 2008 a 2:07 am
ladylink
uno scopo nell’ascolto, anche se è un ascolto rilassato, deve esserci… altrimenti è difficile mantenere la motivazione dello studente a lungo, visto che gli ascolti sono ripetuti… cambiare coppia al terzo ascolto, per esempio e senza farli muovere in blocco, si può chiedere di parlare con lo studente che sta alla loro sinistra….
stacco, sono molto stanca e se non la smetto rischio di commentarti qualsiasi cosa… si sta proprio bene qui!
complimenti, veramente sentiti, per questo blog!
ll*
19 Gennaio 2008 a 6:24 pm
Glottrotter
Grazie mille Ladylink!
In effetti, prima di sottoporre un testo, orale o scritto, l’insegnante dovrebbe saper prevedere eattamente (per quanto questa parola possa valere nella classe di lingua) quale sarà la difficoltà di quello specifico ascolto per quella specifica classe. E da lì quanti ascolti far fare, e se fare solo ascolto puro o altre attività.
Una cosa che ho provato recentemente è proporre all’inizio del corso un testo orale un po’ impegnativo e, alla fine del primo ascolto, tracciare alla lavagna una linea con ai lati 0% e 100%, chiedendo agli studenti di quantificare la loro comprensione. Rifaccio poi la stessa domanda dopo il secondo ascolto, e naturalmente le percentuali sono superiori.
Secondo me questo aiuta l’insegnante a tarare meglio il livello di comprensione, e può mitigare lo shock da primo ascolto in certi studenti (quelli che ti guardano con gli occhi sbarrati chiedendosi se per caso sei impazzito), mettendogli in testa che non capire molto al primo colpo non è un problema, perché già al secondo capiranno il doppio.
23 Gennaio 2008 a 4:13 am
ladylink
interessante l’idea della percentuale alla lavagna…
sarà che con l’ascolto si possono fare tante attività ed è così importante soprattutto nell’ILS… le attività di Volare mi mancano…
hai mai provato a far riascoltare lo stesso ascolto a fine corso e a vedere quanto è migliorata la loro comprensione… ci sarà il fattore memoria… ma si può comunque ripartire dalle loro percentuali e da quello che avevano capito (e che tu ti eri annotato magari)
cmq ribadisco che, soprattutto all’inizio di un corso, a seconda delle esperienze che come studente uno ha avuto (si prendono delle abitudini di un certo tipo che poi creano delle aspettative…marooonna!!!), o per il semplice fatto caratteriale (non tutti gli studenti sono pronti a mettersi in gioco, a rischiare, o a fidarsi ciecamente dell’insegnante, almeno all’inizio) insomma direi a prescindere dai miei obiettivi e dalla classe, un obiettivo semplice da ricercare e comprendere nell’ascolto lo darei, queste domande in realtà possono essere il jolly nel caso in cui il tasso di comprensione sia basso, ma proprio imo… per esempio: quante persone parlano? di cosa parlano: di politica o di sport? nell’ascolto nominano 2 città: quali sono? oppure: quante città nominano?
insomma domande di comprensione globale, antistress per lo studente, e che sono per loro una soddisfazione, ed una lotta al NON CAPISCO, NON SI CAPISCE, MA CHE VUOLE QUESTO DA ME, LASSAME STA’ CHE IL CORSO ME LO HA CONSIGLIATO IL DOTTORE!!!! (capita, capita, aivogliatesecapita)…..che poi può invece portare verso attività più complesse…
sarà che proprio oggi parlavo con una collega della eterogeneità degli insegnanti… e della continuità… e sai un’altra cosa? nelle scuole private è più facile questa omogeneità, mantenere una linea didattica, nelle università è moooooolto più ardua la cosa… mo, senza generalizzà, però!
o sarà forse una sorta di istinto materno-chioccesco….
ni idea!
ll*