Luogo
Uno dei 90 Istituti italiani di cultura del mondo
Personaggi principali
- Direttore/direttrice di IIC, nomina politica, sottoprodotto del sottobosco, benedetto/a in extremis prima che la nave affondasse
- Addetto/a culturale di rara incapacità, fedele al motto di Don Abbondio “uno il coraggio non se lo può dare”
- Alcuni/e insegnanti di italiano colpevoli di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato
Avvertenza
Per comodità, e solo per quella, tutti i personaggi sono d’ora in poi indicati come maschili
Prima parte: premesse per un gran pasticcio
In un Istituto italiano di cultura sono appena stati riformati i libri, i programmi, le prove di livello, la struttura dei corsi.
Al momento di decidere quanta gente assumere, prevedendo lo stesso numero di iscritti dell’anno precedente, è stato fatto in modo di avere lo stesso numero di insegnanti. La previsione è azzeccata, anzi, gli iscritti sono un po’ di più.
Tutto a posto? No, perché una volta fatto l’orario, emerge una situazione preoccupante: ogni insegnante lavora alla settimana circa 6 ore in meno di quanto indicato dal contratto. In altre parole, ci sono alcuni insegnanti in più, stipendi che si potrebbero benissimo non pagare.
Ecco spiegato perché. Per ogni corso il numero di ore di lezione settimanali è passato da 5 a 4 (prima due lezioni da 2 ore e mezza, poi due da 2 ore), mentre le ore totali annuali sono rimaste invariate, cioè 120. Nell’arco dell’anno i corsi quindi durano di più: prima 24 settimane (120 ore totali diviso 5 settimanali) ora 30 (120 diviso 4).
Ora, sul singolo corso, passare da 5 a 4 ore settimanali, fermo restando la durata complessiva dei corsi, significa stesso carico di lavoro totale con un’ora in meno la settimana. Se si moltiplica questo effetto per tutti i corsi dell’Istituto, si ottiene la quantità di lavoro contrattuale (indicata in ore settimanali) di tre o quattro insegnanti.
In altre parole, un’insegnante non può stare in due classi contemporaneamente, e nel sistema precedente, più ore settimanali significavano più personale e più periodi morti durante l’anno (6 settimane in più), in cui gli insegnanti venivano messi a fare nulla.
Adesso, distribuire il carico di lavoro annuale in un arco di tempo maggiore significa meno tempi morti, e meno personale per coprire lo stesso numero di corsi. Chi aveva progettato la riforma non l’aveva previsto, ma di fatto aveva messo l’Istituto italiano di cultura nelle condizioni di risparmiare qualche decina di migliaia di euro l’anno in costi del personale, a parità di entrate per le iscrizioni.
Niente male direi. E’ evidente però che l’addetto culturale che doveva dare una risposta alla domanda “di quanti insegnanti abbiamo bisogno quest’anno?” non era stato capace di fare i conti della serva.

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