ugit.jpgChe un libro didatticamente così povero come Un giorno in Italia sia molto diffuso è una pessima notizia per l’insegnamento dell’italiano a stranieri. La on-going story di Piero Ferrari dovrebbe (dalla quarta di copertina) “coinvolgere gli studenti in una esperienza (sic) affettiva, sociale e linguistica”. In realtà non ho mai visto nessun collega né studente interessarsi alla storia di Piero, un personaggio fittizio che manca totalmente di rilevanza, caratteristica fondamentale dei materiali didattici.

(a proposito della quarta di copertina, c’è da sperare che nessuno studente la legga mai, perché quel “una esperienza” al posto di “un’esperienza” potrebbe generare qualche serio dubbio sulla coerenza della grammatica italiana)

Il libro si basa su testi scritti e orali del tutto inautentici, che sono al servizio di una visione semplicistica del metodo induttivo. È il momento degli articoli indeterminativi? Niente paura: ecco un testo che li contiene tutti. E quelli determinativi? Accidenti questo è un po’ più difficile, ma lo zampone risolve il problema.

Dopo il testo le domande di comprensione, tanto per far vedere che il contenuto e la globalità sono importanti (non vorremmo far casino negli emisferi cerebrali dei nostri studenti no?), per poi arrivare sparati al momento catartico dell’ “ora sottolinea tutti gli aggettivi (o articoli, o verbi…) che trovi nel testo”.

Alla fine lo studente scoprirà anche qualcosa (qualche regola e tantissima noia suppongo), ma mettere un esercizio o la tabella da completare nella STESSA pagina della spiegazione (pagine 26, 38, 45, 74 e si potrebbe continuare) non va molto nella direzione di “stimolare i processi cognitivi di ricerca degli studenti”.

Inutile poi cercare nel libro qualcosa di fonetica: totalmente assente.

Dal punto di vista del contenuto, Un giorno in Italia è una galleria di stereotipi che offrono la visione di un’Italia paese bello ma inutile. Opinione rispettabile (personalmente sono d’accordo), ma sarebbe più giusto lasciare che lo studente si faccia un’idea da solo.

In ordine sparso citiamo:
- il commento di Piero sui due meridionali (ep. 4): “a Milano, a Milano, lo smog, l’aria inquinata… ma poi quando vengono a lavorare non vanno più via…”;

- il “caffè al vetro” che fanno a Napoli (ep. 6). Anche a Trieste si beve un caffè buonissimo, ma gli studenti non lo sapranno mai;

- le romagnole sono zoccole, mentre le siciliane la danno a fatica (ep. 15);

- i due emigrati siciliani (gli stessi che stanno sui coglioni a quel leghista di Piero) che, in quanto meridionali sono pastadipendenti (“Eh, da noi senza pasta…”), e di come da noi i sapori sono diversi, e di come non vedo l’ora di andare a casa, eccetera (ep. 21). Manca solo la valigia di cartone legata con gli spaghi;

- un dialogo tra Piero e un passeggero (ep.17), che si riassume così:
“C’è un morto sui binari, investito dal treno”
“Quanto tempo dobbiamo restare fermi?”
“Non lo so”
“Ma ce lo rimborsano il biglietto?”
“No, perché non è colpa nostra”
“E perché non ci avete avvertito?”
“L’altoparlante è rotto”
Riassunto del riassunto: gli italiani si lamentano sempre, gli italiani sono senza cuore, in Italia non funziona un cazzo.

Comunque alla fine si scopre che non è morto nessuno, Piero (che tra l’altro nella vita vorrebbe fare il giornalista) aveva dato un annuncio privo di fondamento.

Ci sono poi alcuni momenti imbarazzanti:
- Bologna città delle tre T: torri, tortellini, tette (ep. 8). Ogni tanto provo ad immaginare, rabbrividendo, una classe di donne musulmane: una di questa alza la mano e chiede: “cosa significa tette?”

(ricapitoliamo: le romagnole la danno facilmente, le emiliane hanno le tette grosse)

- scenari di terrore urbano, come il fatto che a Napoli nessuno rispetta le regole del traffico (traccia 40) o i tifosi che sul treno “si prendono i soldi e sfasciano tutto” (traccia 46);

- il regista Romeo Petroni (ep. 20) che, dopo aver conosciuto Annarita, cameriera in una gelateria di Riccione (e dove sennò?), la invita a Roma con la promessa di girare un film. Però non solo lui non è proprio un Fellini, ma è anche un vecchio sporcaccione, e il dialogo (anche questo consigliabile in una classe di studenti musulmani) tra lui e la povera irretita si conclude così:

“Senti, ma quando andiamo a vedere Cinecittà?”
“Non oggi, ormai è tardi, ci andiamo un’altra volta”
“Tu lavori sempre lì durante il giorno?”
“Non sempre, adesso sto lavorando un po’ a casa”
“A casa? E come mai?”
“E perché lì ho tutta l’attrezzatura per fare dei video, anzi…senti, io dovrei passare un attimo a casa mia, ti dispiace?”
“Vuoi farmi vedere il tuo attrezzo?”

L’ultima battuta l’ho aggiunta io, ma avrebbe aumentato il livello di squallore del dialogo solo un po’. Ma niente paura: nonostante Annarita venga dalla regione delle zoccole, rifiuta l’invito del viscidone e finiscono in un ristorante a mangiare bucatini all’amatriciana. Viva l’Italia!

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